Chiara Petrolini e i neonati sepolti in giardino: pm impugnano l’assoluzione per il primo omicidio
Era stata assolta per l’omicidio del primo figlio, Domenico Matteo, partorito e morto il 12 maggio 2023, poi sepolto nel giardino di casa nella casa di Vignale di Traversetolo, in provincia di Parma. Ma la Procura di Parma ha fatto appello contro l’assoluzione di Chiara Petrolini. La giovane, ad aprile, è stata condannata a 24 anni e tre mesi per aver assassinato, con premeditazione, il secondogenito Angelo Federico, venuto alla luce il 7 agosto 2024, mentre, per i giudici di primo grado, mancano le prove che il primo fosse nato vivo. I pm insistono anche nel chiedere il riconoscimento della soppressione di cadavere per entrambi: la sentenza aveva riqualificato il secondo episodio nel meno grave occultamento.
Le motivazioni della condanna – La Corte di assise presieduta dal giudice Alessandro Conti, nel motivare la condanna, ha rilevato da un lato una ragazza “immatura e fragile” – come evidenziato dagli psichiatri che l’hanno visitata ritenendola capace di intendere di volere -, dall’altro una giovane in grado di agire “con lucidità e determinazione”, “tenendo sempre ferma la propria volontà di non far scoprire niente finché ha potuto, ossia finché non è stata posta dagli inquirenti”, la Procura e i Carabinieri di Parma, “di fronte a evidenze fattuali incontrovertibili”. Chiara, prosegue la Corte, ha “tenuto una pluralità di condotte omissive” chiaramente indicative “della volontà di partorire il figlio per poi eliminarlo”, tagliandogli il cordone ombelicale. Un delitto premeditato, come provano le ricerche su internet e una serie di altri elementi da cui si può dire che la ragazza ha coltivato la propria determinazione criminosa “senza soluzione di continuità e senza ripensamenti”.
Per l’omicidio dell’altro neonato sepolto, il primogenito Domenico Matteo, nato a maggio 2023, Chiara invece è stata assolta. Il motivo, confermano i giudici, è che per le condizioni dei resti ritrovati, non ci può essere prova certa che anche questo bimbo sia venuto alla luce vivo o abbia vissuto “quantomeno per un breve lasso di tempo”; di conseguenza è impossibile verificare che siano state le condotte contestate all’imputata a determinarne la morte. Circostanza che “non esclude che la volontà” di Chiara Petrolini fosse quella di provocare il decesso del figlio, “come risulta dal comportamento da lei mantenuto per tutta la durata della gravidanza e del parto – ma che impedisce di ritenere l’imputata responsabile della morte dello stesso”.
I giudici smontano poi la teoria difensiva del diniego di gravidanza: “Non risulta”, si legge in un passaggio nelle 168 pagine di provvedimento, che la ragazza lo avesse sperimentato e cioè che fosse inconsapevole del proprio stato di gravidanza, ovvero ne avesse una consapevolezza fluttuante”. Si tratta “di una versione mai offerta dall’imputata nelle proprie dichiarazioni nel corso delle indagini né emersa in alcun modo dalle sue reazioni spontanee e dai racconti ai genitori e agli amici”. Sono messe in evidenza, invece, le tante bugie e contraddizioni di una persona, che ha tenuto nascosto per due volte le gravidanze. A tutti, a partire dai genitori e dall’ex fidanzato, Samuel Granelli, padre dei bimbi. “Non ha mai fornito alcuna ragionevole e credibile spiegazione di quanto avvenuto, cercando unicamente di negare ogni propria responsabilità, peraltro contraddicendosi più volte”, dice ancora la Corte. Una risposta sul perché che nessuno è riuscito a dare, né i periti, né infine i giudici di primo grado. Ma l’assenza del movente, viene detto, è irrilevante ai fini dell’affermazione della responsabilità.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.