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Thursday, October 1, 2026

Cifre monstre per l’evasione fiscale: il problema non è il singolo contribuente ma il sistema

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Evasione fiscale, cifre monstre per il 2026: il problema non è il singolo contribuente ma il sistema

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di Giovanni Muraca

“Occasio furem facit”: l’occasione fa l’uomo ladro, recita il detto popolare, tramandato fin dai tempi del Medioevo.

Il report Censis-Confcooperative riporta l’attenzione sull’allarme evasione fiscale, che nel 2026 arriva a toccare cifre esorbitanti. Il dato più rilevante è l’aumento del 21,6% (pari a quasi 109 miliardi) dalla sottodichiarazione dei redditi rispetto al 2019. Un dato che contribuisce all’ammontare di un’economia sommersa totale che si attesta sui 197 miliardi (che, per intenderci, valgono quanto cinque manovre di bilancio e costano a ogni cittadino contribuente “regolare” fino a 3.350 euro). È una disciplina in cui il nostro paese sembra avere i migliori giocatori in campo, ma, come in tutte le specialità, c’è sempre chi detiene il primato.

Gli ISA, Indici sintetici di affidabilità fiscale, sono una sorta di valutazione dell’affidabilità erariale. Imprese e lavoratori autonomi vengono valutati con un punteggio da 1 a 10: l’8 corrisponde alla sufficienza, il punto di partenza per essere considerati “affidabili”. In base a questi indici, il Ministero dell’Economia rileva le categorie con bassa affidabilità fiscale: ristoranti, concessionarie, taxi e Ncc, ambulanti e panetterie in testa. Al contrario, i più affidabili sono ingegneri, dentisti e paramedici. Le imposte in cui il fenomeno si concentra di più sono Irpef, Iva, Ires e Irap.

Non è però tutto così negativo. Un bollettino del primo semestre del 2026, redatto dallo stesso Ministero guidato da Giancarlo Giorgetti, mette a confronto il gettito fiscale di sette paesi europei nella prima metà dell’anno. Se la Spagna (+14,8%) e il Regno Unito (+8,4%) occupano i primi posti dell’analisi, il nostro paese registra un aumento delle entrate del 2,1% rispetto all’anno precedente (+1,4% per le imposte dirette e +3% per quelle indirette). Fanalino di coda è la Germania, che registra un valore più contenuto (+0,8%).

Ma dopo aver analizzato tutti questi dati, la domanda che bisognerebbe porsi è: “È solo una questione culturale quella di non pagare le tasse?”. Non proprio. Anche se, come scritto sopra, alcuni italiani sembrano avere un certo fascino per l’evasione, la falla purtroppo non si può attribuire al solo contribuente, ma al sistema.

Guardando agli altri paesi, scopriamo che hanno un impianto di calcolo e riscossione dei tributi simile al nostro; a cambiare, però, è la percezione delle tasse e la questione è anche politica. Ed è da qui che potrebbe partire l’errore dal quale dobbiamo imparare: siamo tutti felici di avere il portafoglio più pesante a fine mese perché ci tolgono qualche tassa, ma è davvero funzionale al cambiamento di mentalità?

Secondo gli studi comportamentali sul fisco, il cittadino è più predisposto a pagare le tasse se percepisce che il denaro versato si traduce in infrastrutture efficienti, sanità di alto livello, trasporti puntuali e asili nido gratuiti (come avviene nei paesi scandinavi). In Italia, invece, serpeggia un’insoddisfazione per la qualità dei servizi pubblici ricevuti in cambio del prelievo fiscale. Questo meccanismo crea un cortorcircuito: il cittadino si sente “autorizzato” a evadere per compensare ciò che percepisce come un torto da parte dello Stato. Ancor di più quando gli stessi governanti “abituano” gli evasori attraverso i condoni.

C’è poi uno dei problemi più antichi di questo paese ad alimentare la filiera dell’evasione: la mancanza di controlli. Nonostante si disponga di mezzi tecnologici super efficienti, non si è ancora trovato il modo di applicarli.

La questione dell’elusione non è ascrivibile solo a quest’ultimo governo: sebbene in passato siano stati fatti dei passi avanti (vedi, ad esempio, la fatturazione elettronica), il tema perdura da troppo tempo e nessun esecutivo ha finora portato una vera e propria rivoluzione. Ma è vero anche che riformare il fisco non porta voti, e questo coraggio impopolare è difficile da indossare. Ma se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, perché continuare a creare occasioni?

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