Iran, la storia di Najmeh Amini: studentessa condannata a morte per blasfemia dopo un post sui social. Le ong: “Annullate la sentenza”
L’accusa richiama l’articolo 262 del Codice Penale Islamico, che riguarda la “falsa accusa di impurità” al profeta Maometto o a qualsiasi altro profeta divino. Di questo reato, secondo le autorità del regime sciita, si sarebbe macchiata Najmeh Amini, 23 anni. Per cercare di salvarle la vita, le organizzazioni umanitarie hanno lanciato una mobilitazione. La vicenda di Amini intanto circola sui media: il 7 ottobre è stato il quotidiano Khorasan a raccontarla, poi ripreso dal britannico Guardian.
Secondo l’organizzazione Iran Human Rights (IHRNGO), Amini, studentessa di contabilità, è stata arrestata a Mashhad il 3 febbraio scorso, in seguito a controlli effettuati dagli agenti della polizia per i crimini sul web (Fata): in uno dei suoi post sui social, Amini avrebbe fatto insulti “altamente volgari e offensivi contro gli Imam Infallibili”. I procedimenti penali sono stati due, quello che si è svolto nel tribunale penale numero uno della provincia di Khorasan Razavi, ha riconosciuto la responsabilità di sabol-nabi; l’altra condanna ha stabilito 12 anni di reclusione per attività contro la sicurezza nazionale.
Najmeh Amini è stata rinchiusa nel carcere di Vakilabad, e non si conosce ancora la data in cui sarà eseguita la sentenza capitale. Il quotidiano Khorasan ha ricostruito alcune fasi del dibattimento: l’avvocato difensore ha parlato di “lapsus” della studentessa mentre scriveva i post, mentre lei ha dichiarato che aveva fatto “uso di funghi allucinogeni con alcuni amici” e, mentre si trovava in uno stato allucinatorio, “ha pubblicato queste frasi sui social media lasciandosi trasportare dall’atmosfera”. Il magistrato dell’accusa ha contestato: “Perché, in quello stesso stato allucinatorio, non ha insultato altre persone o oppositori del regime, come l’America e Israele? O come ha fatto, mentre era sotto l’effetto di allucinazioni, a sapere con precisione su quale canale o social network pubblicare un post offensivo?”.
Secondo Iran Human Rights la linea seguita dal tribunale indica come vi sia la volontà di aggirare l’articolo 263 del Codice Penale Iraniano che recita: “Ogniqualvolta una persona accusata di sabol-nabi afferma che le sue dichiarazioni sono state fatte per ekrah (coercizione), gheflat (disattenzione), sahv (errore), o in stato di masti (ebbrezza) o ghazab (ira), o senza prestare attenzione al significato delle parole, o citando un’altra persona, non sarà considerata sabol-nabi”. Le ultime esecuzioni per blasfemia in Iran risalgono all’8 maggio 2023, quando furono uccisi dai boia del regime Yousef Mehrdad e Sadrollah Fazeli Zare . Ma secondo le ong, l’arresto della studentessa deve essere inquadrata più nella repressione delle contestazioni del gennaio scorso: il Time rivelò che in appena due giorni – l’8 e il 9 maggio – vi furono 30mila morti. Amini in carcere è riuscita a registrare un appello audio, per chiedere alle Nazioni Unite, agli avvocati e alle organizzazioni per i diritti umani di indagare sul suo caso. “Non voglio fare la figura dell’eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata. Sono una ragazzina innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano”.
Per Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights “condannare a morte una donna di 23 anni per ciò che ha espresso sui social media è uno sviluppo estremamente allarmante”. E ancora: “Il fatto che la condanna sia stata inflitta a una giovane donna aggiunge un’ulteriore grave dimensione. Senza una forte risposta internazionale ora, rischiamo di assistere a un uso e a un’applicazione più ampi della pena di morte per motivi di espressione. La comunità internazionale deve chiedere che la condanna di Najmeh Amini venga annullata e chiedere una moratoria immediata su tutte le esecuzioni”.
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