Boicottaggio anti-Israele, così Tel Aviv ha ribaltato il voto degli archeologi europei
“Ogni volta che si verifica un boicottaggio, dobbiamo essere in grado di affrontarlo, reagire e prevenirlo. Come abbiamo fatto, con discreto successo, con gli archeologi la settimana scorsa”: così parlava, durante un’audizione alla Knesset nel settembre 2025, il capo della task force anti-boicottaggio dell’associazione dei rettori israeliani (Vera), Emanuel Nachshon Shlanger. Aggiungendo che “il nostro successo è stato determinato da un errore commesso dai nostri nemici nel modo in cui hanno gestito il processo decisionale all’interno della loro organizzazione”.
E ancora: “E qui, tra l’altro, il ruolo dell’avvocato che impieghiamo a Bruxelles è cruciale, perché ci aiuta a decifrare tutte le manovre…” continua Nachshon, nel verbale della seduta del parlamento israeliano, che Il Fatto ha potuto visionare, grazie a dei documenti raccolti da Investigate Europe. Il rapporto dell’associazione Vera, pubblicato nel novembre 2025, parlando di “notevoli successi nell’affrontare i casi di boicottaggio in Europa”, scrive: “Degna di nota è la decisione dell’Associazione europea degli archeologi (Eaa) di revocare una precedente decisione del Comitato esecutivo volta a limitare la partecipazione degli archeologi israeliani a un convegno europeo. Questa inversione di rotta è stata ottenuta grazie agli intensi sforzi degli archeologi israeliani e alla loro collaborazione con la task force del Consiglio dell’istruzione superiore”.
“Il 22 agosto 2025, con ampia maggioranza, 7 voti su 9, il comitato esecutivo aveva deciso di rimuovere le affiliazioni di tutti i delegati israeliani coinvolti nella conferenza annuale di Belgrado – spiega Maria Taloni, archeologa allora membro del board – si trattava di applicare ai delegati israeliani una politica analoga a quella adottata per Russia e Bielorussia dopo l’invasione dell’Ucraina: avrebbero potuto partecipare al congresso, ma senza le affiliazioni alle loro istituzioni”. Il voto si era svolto dopo che il gruppo Archaeologists against apartheid aveva raccolto 1.365 firme per una petizione che chiedeva all’associazione – di circa 5000 membri – “una posizione più netta nei confronti del governo israeliano, alla luce della situazione a Gaza e in Cisgiordania e dei danni al patrimonio culturale”.
Taloni racconta che dopo la pubblicazione della decisione sul sito web dell’assemblea di Belgrado, lei e gli altri membri del board hanno cominciato a ricevere “un totale di circa 80 email di protesta, inoltrate a decine e decine di altri colleghi”, provenienti da esponenti del mondo accademico e professionale, “colleghi israeliani o europei concentrati tra l’area tedesca, ungherese e anglosassone”. I toni andavano dalle richieste formali a insulti verso i membri del Board e minacce verso l’associazione.
La prima lettera di protesta arriva dall’allora presidente dell’Eaa, l’archeologa ungherese Eszter Banffy. La lettera è “inoltrata” dalla presidente, non proviene da lei stessa, non si sa chi sia l’autore. La mail accusa la decisione del board di essere “collettivamente discriminatoria”, in quanto “basata sulla nazionalità” e diversa da quella presa verso i colleghi russi, perché allora l’azione era sostenuta da sanzioni ufficiali. E conclude che “qualora la decisione presa dal comitato esecutivo venisse avallata e non annullata potrebbe essere soggetta a contestazioni legali, con conseguenti contenziosi, risultanti in risarcimenti danni, ritrattazioni e indennizzi”. Secondo la ricostruzione dell’archeologa Taloni, la presidente Banffy chiede dunque, un giorno prima dell’inizio della Conferenza annuale di Belgrado, di ridiscutere la decisione dell’esclusione delle affiliazioni israeliane dalla conferenza annuale. Segue una lunga riunione e un nuovo voto, questa volta con esito diverso dal primo. Nel rapporto 2025 dell’Eaa, pubblicato a dicembre 2025, si leggerà poi che “nessuna delle persone che hanno ribaltato il proprio voto (..) ha affermato di essere stata intimidita dalle lettere di protesta o sottoposta a pressioni da parte del Presidente”.
Il 2 settembre, giorno di apertura della conferenza, sulla home page dell’evento compariva la revoca: “La maggioranza del consiglio direttivo ha riconosciuto che tale decisione era stata affrettata e mal ponderata a causa della mancanza di informazioni sufficienti”. A questo punto a niente è servito l’appello lanciato dall’associazione Archeologists against apartheid, di “protestare pacificamente” anche negli incontri, contro il ribaltamento del voto. “Banffy ha chiesto ai volontari, che avevano il compito di supportare le sessioni, di togliere la parola a chi avesse parlato di Palestina – riporta Alessandro Pintucci, del direttivo della Confederazione italiana archeologi, con il risultato che ne hanno parlato tutti e i volontari serbi hanno preso una posizione molto netta contro la Presidente”. “Avremmo agito allo stesso modo nei confronti di qualsiasi altra attività politica (..) con l’intento di interrompere la conferenza”, ha risposto l’archeologa Banffy alle domande del Fatto.
Nei mesi successivi sono state approvate varie mozioni tra cui una sull’esclusione delle istituzioni israeliane (non degli individui) dalla partecipazione alle assemblee annuali dell’Eaa e una sull’adozione di una dichiarazione ufficiale di condanna del genocidio in corso in Palestina, non attuate dal board. La ragione per Banffy sono “le conseguenze internazionali”: “Abbiamo perso membri di grandi istituzioni a causa dell’atteggiamento politicizzato dell’Eaa che ha smesso di agire come organizzazione professionale, e altri ci hanno avvertito che avrebbero lasciato – afferma – facendo in particolare riferimento a istituzione “dell’Europa centrale e orientale”.
L’Associazione degli archeologi greci si è invece ritirata dal comitato organizzativo dall’incontro annuale che si è tenuto lo scorso agosto ad Atene proprio per la mancata attuazione delle mozioni. Intanto, racconta Taloni, “negli ultimi mesi è stata proposta una linea politica secondo cui l’Eaa sospende la partecipazione o la rappresentanza di un’istituzione solo quando un organismo internazionale riconosciuto – Ue o Nazioni Unite – abbia formalmente imposto misure restrittive contro tale istituzione”. Una misura tuttavia non ancora implementata.
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