Ex Ilva di Taranto, finita la tregua nell’indotto. Con lo stop agli altoforni riparte l’iter per 2.500 licenziamenti
La chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva allarga la voragine occupazionale oltre i cancelli dell’acciaieria. Le imprese dell’indotto di Taranto hanno comunicato ai sindacati che intendono far ripartire “sin da subito” le procedure per il licenziamento collettivo di 2.500 lavoratori. Una prospettiva che era stata congelata appena tre giorni fa, su richiesta del governo, proprio in attesa della decisione dei giudici sul futuro degli altoforni.
La tregua è finita con il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano, che ha respinto la richiesta di Ilva e Acciaierie d’Italia di sospendere il decreto che impone lo stop dell’area a caldo. Entro il 28 ottobre la produzione a ciclo integrale dovrà fermarsi: il 16 settembre inizieranno le operazioni sull’altoforno 1, poi toccherà all’Afo 4 e infine all’Afo 2, l’unico attualmente in funzione.
A stretto giro è quindi arrivata la mail dell’Aigi, l’associazione che riunisce le aziende dell’indotto. “A seguito delle ultime novità circa l’improrogabile stop produttivo dell’area a caldo”, le imprese associate intendono riprendere l’iter dei licenziamenti, si legge nella comunicazione inviata alle organizzazioni sindacali. La procedura era già stata avviata e poi temporaneamente sospesa dopo il tavolo dell’8 settembre a Palazzo Chigi, in attesa della pronuncia dei giudici ma chiarendo fin da subito che in caso di conferma della chiusura degli altoforni, i licenziamenti sarebbero ripartiti.
La crisi occupazionale si allarga così ben oltre i dipendenti diretti dell’acciaieria. L’area a caldo occupa circa 5mila addetti e la chiusura, insieme ai 2.500 esuberi già annunciati dall’indotto, mette a rischio migliaia di altri posti nel Tarantino e nelle province vicine. Il conto complessivo può superare i 10mila lavoratori. Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto al governo il blocco dei licenziamenti e un piano straordinario per evitare “l’esplosione della bomba sociale”. Mentre Usb ha chiesto di mettere in discussione la gara: “O lo Stato interviene o è disastro sociale”.
A chiedere un intervento urgente dell’esecutivo è anche Confindustria Taranto. Il presidente Salvatore Toma sollecita un decreto legge che consenta temporaneamente di proseguire la produzione, su livelli ridotti e nel rispetto delle prescrizioni ambientali, in attesa della transizione verso il preridotto e i forni elettrici. Lo stop, avverte, rischia di innescare “una vera e propria bomba sociale” per i lavoratori diretti, l’indotto e l’intero sistema economico del territorio.
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