Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema
di Simone Millimaggi
Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?
È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.
Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.
Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.
Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.
In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.
Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.
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