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Tuesday, October 6, 2026

“Non sono un santo ma un peccatore. Ma conservo la fede”: il testamento ideale di Enzo Bianchi. Scritto 34 anni prima della morte

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“Non sono un santo ma un peccatore. Ma conservo la fede”: il testamento ideale di Enzo Bianchi. Scritto 34 anni prima della morte

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“Io non devo perdonare nessuno perché da nessuno ho ricevuto grossi mali. Se ho sofferto per qualcuno l’ho mai fatto con amarezza: siamo uomini, è naturale che ci siano tensioni e opposizioni. Chiedo perdono a voi che mi avete incontrato nella vita a cui posso e avrò senz’altro fatto del male, perdono alla chiesa mia madre, perdono a voi ospiti e amici della comunità, perdono a voi fratelli e sorelle di Bose”. Sono alcune delle parole del testamento spirituale di fratel Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose e di “Casa della madia” dove ha vissuto fino al primo settembre scorso quando è morto all’ospedale delle Molinette a Torino.

A un mese dalla sua scomparsa, domenica, il priore della fraternità di Albiano d’Ivrea, fratel Goffredo Boselli, ha reso pubblico il testamento di Bianchi leggendolo a tanti amici presenti per l’occasione. A sorprendere tutti, la data in cui è stato scritto: 29 agosto 1972. A quell’epoca fratel Enzo aveva solo 29 anni e la comunità di Bose esisteva da soli dieci anni.

Bianchi non poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto nel 2020 quando con un decreto firmato dal segretario di Stato Pietro Parolin e approvato in forma specifica da papa Francesco, la Santa Sede dispose che lui e altri due fratelli oltre a una sorella si separassero dalla comunità e si trasferissero altrove. Eppure il suo testamento spirituale pare scritto ieri: “Non sono stato un santo ma un peccatore. Dio – scrive l’ex priore – conosce i miei peccati ed erano gravi. Grazie alla sua misericordia ho conservato però la fede e ho cercato di appartenere a lui, giorno dopo giorno”.

Poco prima il monaco si rivolge alla comunità: “Restate uniti nel Signore, perseverate nella vita di celibato, di comunità, restate poveri e umili, restate ubbidienti al Vangelo, in modo radicale! Restate uniti alla chiesa di Dio. Carissimi, non addoloratevi per la mia partenza quando arriverà: so che vi mancherò e pregherò per voi. Vi ho tanto amato, vi ho apprezzato: ed io mi sono sempre sentito uno di voi, niente di più”.

Nel testamento spirituale fratel Enzo ringrazia anche sua madre, Cocco e Etta (due figure femminili che gli sono state vicino dopo la morte della mamma in giovane età), il parroco e le suore del suo paese e l’allora vescovo di Torino Michele Pellegrino che gli diede fiducia.

Un lascito che Bianchi ha confermato vent’anni dopo quando il 1 novembre 1993 alle ventuno scrisse: “Questa sera ho riletto il mio testamento. Non ho nulla da mutare!”. Quella notte aggiunse solo un’espressione di rammarico rispetto al suo infinito lavoro sull’ecumenismo: “Me ne vado da cristiano che crede la Chiesa, una santa cattolica e apostolica, ma che ho desiderato vederla unita e per questo me ne vado triste”.

A tal proposito, domenica, lo ieromonaco Benedetto del Monastero serbo ortodosso di Visoki Dečani, ha donato un’icona alla memoria di Bianchi.

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