Aborto farmacologico fuori dall’ospedale, l’Italia resta indietro: Regioni in ritardo tra ostacoli burocratici e delibere rimaste sulla carta
L’interruzione di gravidanza farmacologica non ha sempre bisogno dell’ospedale. Si può fare in consultorio e, a certe condizioni, anche a casa propria. Lo indicano il Ministero della salute dal 2020, l’Istituto superiore di sanità dal 2023, e le società scientifiche di settore dal 2024. Nel 2026 solo il Lazio e l’Emilia-Romagna hanno davvero reso questa possibilità strutturale. Nell’ultimo anno si sono aggiunte, sulla carta, anche Campania, Puglia e Sardegna, che hanno approvato provvedimenti per portare la pillola abortiva fuori dai reparti ospedalieri. Sulla carta, appunto. La nostra indagine mostra che tra il decidere e il far funzionare davvero il servizio la distanza resta enorme. E poi c’è il resto d’Italia, dove il tema non è nemmeno arrivato in agenda. La Lombardia ne è l’esempio più netto: di recente in consiglio regionale è stata bocciata una mozione che chiedeva solo di aggiornare le tariffe necessarie perché i consultori potessero occuparsi di questa procedura. Ad opporsi, la maggioranza di centrodestra. Il risultato è che il diritto ad abortire con il metodo farmacologico fuori dall’ospedale dipende ancora quasi del tutto da dove si vive.
Emilia-Romagna, la pioniera che fatica a convincere
Insieme al Lazio, l’Emilia-Romagna è la regione con più esperienza: dal 2024 è possibile prendere il farmaco in consultorio e, dal 2025, a casa fino a 9 settimane di gravidanza, con un solo accesso in consultorio per la prima pillola. Ma nei fatti succede ancora raramente: nel 2025 solo l’11% delle interruzioni farmacologiche è avvenuto a casa e il 4,6% in consultorio – secondo i dati rilasciati dalla Regione al fattoquotidiano.it.
Perché? Secondo Marinella Lenzi, ginecologa già responsabile percorso ivg dell’azienda Usl Bologna, succede in parte perché il percorso ospedaliero funziona già bene e in tempi rapidi, quindi manca la spinta a cambiarlo, e in parte per motivi organizzativi: gestire l’aborto a casa richiede, secondo la normativa regionale, una linea telefonica sempre coperta con un’ostetrica di riferimento e uno spazio adeguato in ogni consultorio, cosa che non tutte le Asl hanno ancora messo in piedi (a Parma, per esempio, hanno stabilito che per due ore al giorno c’è un’ostetrica a ricevere le telefonate). Le associazioni femministe segnalano inoltre che diverse Asl si fermano al limite più basso previsto (49 giorni di gravidanza) invece di arrivare a 63, finendo per rimandare in ospedale le richieste più tardive. «La Regione non sta monitorando l’avvio di questa nuova competenza consultoriale e le Asl, intese come dirigenza, sono di fatto poco impegnate nello sviluppo dei consultori» è il commento di Ebe Quintavalla, della Rete regionale femminista sui diritti sessuali e riproduttivi. La Rete ha fatto un intenso lavoro di pressione istituzionale al fine di ottenere una sede consultoriale per distretto organizzata per ivg farmacologica, nella convinzione che sia la struttura più idonea a garantire il processo grazie alla diffusa presenza sul territorio e alla valenza relazionale dei suoi servizi.
Campania, il servizio dovrebbe partire a settembre (ma con una zavorra)
La Regione ha approvato la delibera ad aprile 2026 e i servizi hanno cominciato ad offrire la procedura dal 1° settembre 2026, secondo quanto dichiarato dagli uffici a ilfattoquotidiano.it. Il modello organizzativo prevede la possibilità di assunzione del misoprostolo (il secondo farmaco) a domicilio fino a 9 settimane. Secondo il programma di attuazione, ogni Asl avrebbe dovuto individuare almeno un consultorio dedicato, collegato a un ospedale vicino per le emergenze, e il personale è in formazione dall’estate. Ci sono però due problemi. Il protocollo campano prevede esami del sangue e un’iniezione (le immunoglobuline anti-D) che l’Istituto superiore di sanità ha già indicato come non necessari per questa procedura: un dettaglio tecnico che rischia, nella pratica, di allungare inutilmente i tempi per le donne. Il secondo problema è che per avviare la procedura è richiesta una ricetta smaterializzata con codice per esenzione, a cui dovrebbe provvedere il medico di base o il consultorio. Anche questo passaggio burocratico rischia di allungare i tempi, oltre a mettere a rischio la privacy della persona che effettua l’ivg.
Sardegna, un anno perso tra le buone intenzioni
La Regione ha dato il via libera un anno fa (dgr n. 38/15 2025), ma il tavolo tecnico incaricato di scrivere le regole operative si è riunito per la prima volta solo di recente – come ha confermato una fonte contattata da ilfattoquotidiano.it. Tutto ancora da fare, dunque, con la rete consultoriale già in affanno sull’ordinaria amministrazione. Nel frattempo, due soli ospedali – il Brotzu di Cagliari e il civile di Alghero — permettono già di assumere il farmaco a casa, ma per iniziativa propria, non per un servizio regionale attivo.
Puglia, una delibera senza risposte
La Regione ha approvato il provvedimento a novembre 2025 (delibera n. 1738 del 13/11/2025), ma è rimasto fin qui sulla carta. Alla domanda su cosa sia stato fatto in concreto – consultori individuati, farmaci somministrati a domicilio, personale formato – la Regione non ha risposto.
Lombardia, negazione esplicita
Qui non esiste alcun provvedimento. La mozione proposta da Paola Bocci (Pd) e altri che chiedeva di aggiornare le tariffe – passaggio necessario perché i consultori possano occuparsi della procedura, come previsto dalle Linee di indirizzo ministeriali del 2020 – è stata respinta in consiglio regionale dalla maggioranza di centrodestra. La pratica clinica del consultorio di via Pace, a Milano, resta un caso isolato nonostante i livelli di efficacia e sicurezza dimostrati nel corso di anni.
Paradosso o governance riproduttiva?
In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza tra le poche procedure mediche (insieme ad esempio al fine vita) in cui le decisioni amministrative delle Regioni – tempi, luoghi, esami richiesti – entrano così a fondo nel merito clinico, condizionando profondamente la scelta di abortire. Secondo gli analisti, si tratta di una forma di governance riproduttiva, concetto mutuato dall’antropologia medica, utile per comprendere come l’esercizio dei diritti riproduttivi non dipenda solo dall’esistenza di una legge ma da un complesso di fattori.
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