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Friday, October 2, 2026

‘Elevazione. Del basket e della vita’ di Hanif Abdurraqib: la pallacanestro è molto più che un gioco

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‘Elevazione. Del basket e della vita’ di Hanif Abdurraqib: la pallacanestro è molto più che un gioco

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Sarà perché ottobre profuma di Nba, con l’inizio della stagione ormai alle porte. Sarà perché da circa un anno ho ripreso in mano il pallone, partecipando agli allenamenti di un gruppetto di ultraquarantenni come me che giocano in un campionato “oversize”. Quando il mercoledì sera vado nella palestra del mio paese, mi sembra di tornare indietro di 30 anni. Il fischiare della gomma delle scarpe sul campo non suona più allo stesso modo di allora, oggi ha una piacevolezza diversa quel ritrovarsi in un luogo dove si coltivavano muscoli in via di sviluppo e ambizioni giovanili.

Oggi, che è la mente a tenere insieme brandelli di muscoli e ossa rattoppate, c’è una sensazione strana, di elevazione, e non intendo l’atto di protendersi in aria, verso il canestro.

Elevazione. Del basket e della vita di Hanif Abdurraqib è uscito negli Stati Uniti oltre due anni fa, Neri Pozza l’ha tradotto e portato in Italia pubblicando questo mese di settembre. Abdurraqib è un poeta americano di Columbus, Ohio, e come per quasi tutti gli afroamericani il basket è molto più che un gioco.

Questo libro è una vera lettera d’amore per questo sport, che in quel Paese, tra quella gente, ha più sfumature di significato che polvere sui campi. Il campetto malandato di periferia è una chiesa, una moschea, un luogo di culto, come scrive Hanif: “Proprio lì, però, ho imparato che c’è della nobiltà in un pallone da basket consunto, calvo. E c’è nobiltà nella persona che se lo porta al campo. Il tiratore che ha imparato a compensare un handicap, con una palla che gli scivola tra le mani, o chi tenta un’entrata con un pallone che per molte stagioni ha sopportato l’urto contro il cemento. Il tuo pallone è il tuo pallone e, se tu e i tuoi non ve la passate tanto bene, può darsi che non ne vedrai uno nuovo per un pezzo. E quindi, ovviamente, lode a chi si è fatto strada con una sfera calva, su una piccola striscia di cemento che era il suo cemento, e con l’anello arrugginito senza retina. Quelli sono i più nobili tra i cestisti. Quelli che, ai tempi, bisognava tenere d’occhio. Loro avevano già fatto tutte le cose difficili. Gli sarebbe bastato un minimo di presa su qualcosa di nuovo, e via, a fari spenti”.

Le cose difficili hanno nomi precisi come, razzismo, povertà, criminalità, famiglie assenti o peggio, presenti ma impossibili da vivere, amici che entrano ed escono dal carcere. A fari spenti si circolava per le strade per evitare di farsi beccare e dover sfuggire alle auto della polizia a sirene spiegate. Le sirene della legge emettono sentenze dure e definitive come quella finale delle partite.

Abdurraqib passa del basket alla vita, facendoci comprendere meglio entrambi. Parlando di idoli che nascono in luoghi dove era già difficile sopravvivere, ma che miracolosamente si elevano a campioni e diventano simboli da seguire, in campo e fuori. Nel bene o nel male.

L’epopea del Fab Five nei primi anni ’90, i cinque talenti dell’Università del Michigan che fecero sognare tutti per un biennio. Chris Webber, Jalen Rose, Juwan Howard, Jimmi King e Ray Jackson erano il quintetto della prima squadra nella storia della NCAA a competere nella partita del campionato con titolari tutti matricole. La loro storia ancora riecheggia per le strade e i campetti d’America. Quella di LeBron James, di Akron, Ohio si sta ancora compiendo. Ma sono gli anni giovanili alla St. Vincent-St. Mary High School che Abdurraqib ci racconta, praticamente da compaesano, che conosce dunque luoghi, difficoltà, e ciò che può aver portato un ragazzone che non ha conosciuto il padre a credere fermamente in uno sport per elevarsi.

Elevazione dunque, e sarei un folle a non associare questa parola a Michael Jordan e la sua schiacciata dalla linea dei liberi. Era il 1985 e, come scrive Hanif “Mike non è mai stato così cool come quella volta che si è arrampicato in cielo con due catene d’oro al collo, levitando, persino, in modo che non ci fossero dubbi su quell’aria miracolosa che si rifiutava di lasciarlo cadere. Credo che non ci sia oro che possa dirsi sottile. Una cosa non è sottile se può essere strappata da un collo per sfamare una famiglia. Mike, però, ripeteva: devi prima acchiapparmi. Devi arrampicarti, e io so che voi non ne volete sapere del mondo visto da così in alto”.

Questa lettura mi ha portato davvero in alto, in un sorvolo privilegiato su un mondo che è stato spesso raccontato ma non con questa prospettiva a tutto tondo, che fonde basket e vita in un binomio esiziale o salvifico. Il destino che si tiene fra le mani sottoforma di palla spicchi è ingannevole, perfido e sfuggente. Ogni scelta è per sempre e “il persempre è una mano di carte smazzata da un croupier incerto”.

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