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Sunday, September 13, 2026

Il Giappone sogna l’isolamento: mancano lavoratori, ma si chiede una stretta su immigrazione e turismo

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Il Giappone sogna l’isolamento: mancano lavoratori, ma si chiede una stretta su immigrazione e turismo

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I giapponesi, poi il resto del pianeta. Ovvero, se non sei dei loro sei un gaikokujin, “persona di un altro Paese”. Mai come in questa metà del 2026 (escludendo ere passate di chiusura totale del Paese) il rapporto tra la popolazione e gli stranieri si sta rivelando così complesso, fino a sfociare in un odio-amore difficile da gestire. Stagnazione economica, lo Yen che sta pian piano cercando di riacquistare valore, calo demografico, anzianità della popolazione, sovraffollamento turistico, governo ultraconservatore, differenze socio-culturali. E la lista potrebbe continuare per spiegare il recente accanimento nei confronti dei turisti e persino la riluttanza verso gli stranieri residenti da anni, o che vorrebbero mettere radici sul sacro suolo delle isole Yamato. Come sta succedendo nel mondo, anche in Giappone la prima ministra Takaichi Sanae soffia sulla necessità di limitare la presenza dei migranti, per quanto necessari al Paese, nonostante molti di questi siano altamente scolarizzati e sognino di vivere nel Paese per “affinità elettive” e caratteristiche della piazza quali pulizia, efficienza dei servizi, sicurezza, senza escludere quel lato pop-kawaii tipico del posto. Sebbene esistano anche delle negatività, gli stranieri (gaijin) ambiscono a una qualità della vita apprezzabile e difficile da trovare in altri Paesi. Niente da fare, per il governo in carica i “pro” derivati da turismo e abitanti stranieri (nonostante siano due temi diversi) non sono abbastanza validi e bisogna contrastarli con regolamenti ultra severi.

Secondo i risultati resi noti dall’Istituto di Scienze Sociali dell’Università di Tokyo, la percentuale di persone contrarie all’accoglienza di un maggior numero di residenti stranieri in Giappone è salita quest’anno al 56,3%, con un aumento di 20,7 punti percentuali rispetto al 2024. Per il giornalista della Stampa Estera Italiana e preside della scuola di giapponese di Roma, Tetsuro Akanegakubo, “la chiusura agli stranieri non si rivolge verso tutti, ma particolarmente nei confronti di alcune provenienze specifiche. Storicamente i giapponesi hanno sempre avuto timore di chi viene da fuori, oltre al fatto che stanno imitando i governi europei e quello statunitense”. Sta riemergendo un sentimento di chiusura nei confronti degli “altri” determinato, secondo Akanegakubo, “sia dai cinesi molto abbienti che comprano edifici in Giappone per poi speculare su vendite e affitti che i giapponesi non possono permettersi, sia a causa di giovani e adulti che non desiderano più studiare e nemmeno viaggiare all’estero, con la conseguenza che adesso solo il 18% della popolazione possiede un passaporto”.

A occuparsi della faccenda è la ministra Onoda Kimi, responsabile del ministero della Sicurezza Economica e della società caratterizzata da una convivenza ordinata e armoniosa con i cittadini stranieri. Nata negli Stati Uniti da padre americano e madre giapponese, la ministra più giovane del governo è però cresciuta con la mamma single in Giappone ed è presumibile che le difficoltà incontrate in quanto “half” (mezza giapponese) invece di contribuire a una più ampia accettazione del “diverso” l’abbiano portata a mettere in pratica regole stringenti. Dunque zero stranieri illegali, dal 1 luglio chi vorrà rimanere permanentemente in Giappone dovrà pagare 20 volte di più il visto, mentre quelli da rinnovare ogni tot anni sono aumentati di 5 volte, da 3.000 yen a 15.000, e anche le tasse per entrare e uscire dal Paese sono state alzate. “In realtà penso siano più i lavoratori stranieri a essere trattati male dagli imprenditori giapponesi che gli stranieri a infrangere le regole. I dipendenti sono spesso sottopagati e senza gli stessi diritti dei cittadini nipponici, però la narrativa odierna vuole mettere il dito sulle differenze culturali”, sottolinea Akanegakubo. E l’overtourism?

Un problema diverso ma assolutamente reale, che sta dando seguito a disagi a cui i locali si ribellano. In questo caso le differenze culturali e di comportamento emergono nettamente. Usare il cellulare per strada, su treni e metro, parlare a voce alta, fermarsi nel bel mezzo dell’attraversamento della stazione di Shibuya per farsi fotografare o davanti a un supermercato aperto 24/24 perché da lì si vede bene il Fujisan, buttare spazzatura dove non si deve, incidere su bambù secolari cuori e nomi, fumare all’aperto, sono tra i motivi di ricorrente insopportazione. Ma come porvi rimedio? L’ultima mossa è del grande e centrale quartiere di Shinjuku (Tokyo) che ha appena annunciato la chiusura di alcuni minpaku (affitti brevi tipo Airbnb), che porterà all’eliminazione di oltre la metà dell’attuale offerta. Un netto piano di riduzione dell’Agenzia giapponese per il turismo che consente ai comuni di applicare divieti assoluti. C’è da aspettarsi che molti altri seguiranno l’esempio.

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