The Nameless Ballad, la recensione: l'horror di Federico Zampaglione tra musica e fantasmi

The Nameless Ballad, il nuovo film horror di Federico Zampaglione, è al cinema dal 5 novembre con Filmclub Distribuzione. Dopo il successo internazionale di The Well, il regista e cantautore dei Tiromancino cambia registro e firma una ghost story intima e sensoriale, fatta di silenzi, suoni e ossessioni, scritta con Barbara Baraldi e girata a Villa Pacieri, in Sabina. Jamie Ward è Sam Gallo, giovane musicista schiacciato dall'ansia del secondo album, accanto a Giglia Marra, Alana Boden e Fabrizio Ferracane. Tra Pasternak e Tartini, Bava e Poe, Bresson e Mizoguchi, la colonna sonora di Andrea Pesce e Cristiano De Fabritiis e la dedica a Federico Frusciante: ecco la nostra recensione.
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Quello che devi sapere
The Nameless Ballad, recensione: Pasternak e le note col sangue
Per entrare in The Nameless Ballad, il nuovo film horror di Federico Zampaglione al cinema dal 5 novembre, conviene partire da un poeta. Quando Vladimir Majakovskij si sparò al cuore, nell'aprile del 1930, Boris Pasternak lo pianse in versi. E negli stessi anni, tra le pagine di Seconda nascita, affidò a un'altra lirica una confessione che sembra scritta per Sam Gallo, il musicista protagonista del film, e per chiunque si sieda davanti a un foglio bianco o a una tastiera. Nella traduzione di Angelo Maria Ripellino:
"Oh, s’io avessi allora presagito,
quando mi avventuravo nel debutto,
che le righe con il sangue uccidono,
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.
Mi sarei nettamente rifiutato
di scherzare con siffatto intrigo.
Il principio fu così lontano,
così timido il primo interesse.”
Sicché il poeta, a saperlo prima, si sarebbe tirato indietro. Ma nessun artista lo sa prima (o, più probabilmente, finge di non saperlo). Nel film di Zampaglione, distribuito da Filmclub, al posto della letteratura c'è la musica, e le righe intrise di sangue diventano pentagrammi. Lo aveva promesso il regista stesso, presentando il progetto: «alcune melodie reclamano sangue prima di svanire». Un metronomo scandisce l'angoscia e il senso di colpa (non a caso uno dei brani della colonna sonora si intitola Sense of Guilt), oscillando tra il colore del presente e il bianco e nero di un passato che non accetta di restare sepolto. D'altronde, la storia della musica è un lungo camposanto di patti scellerati. Giuseppe Tartini raccontava di aver sognato il diavolo che suonava il suo violino, e di essersi svegliato inseguendo quella melodia irraggiungibile: ne nacque Il trillo del diavolo, sonata che a suo dire restava infinitamente inferiore all'originale ascoltato in sogno. Adrian Leverkühn, il compositore del Doctor Faustus di Thomas Mann, baratta l'anima con ventiquattro anni di genio. E sul delta del Mississippi si favoleggia ancora di Robert Johnson, il bluesman che avrebbe venduto l'anima a un incrocio in cambio della chitarra perfetta. Sam Gallo, il protagonista di Zampaglione, appartiene a questa genia di dannati, con una differenza sostanziale: il suo demone non sale dall'inferno, arriva dal futuro. E si chiama secondo album.
Trama e cast di The Nameless Ballad
Sam (l'attore e musicista Jamie Ward, già visto in His Dark Materials) è un giovane cantautore inglese di origini italiane, baciato dal successo del primo disco e paralizzato dall'attesa del secondo. Su consiglio del manager si rifugia in una villa isolata nella campagna laziale, terra del nonno, con l'unica compagnia del fedele cane Elvis (il nome, si capisce, non è casuale). Ad accoglierlo c'è il custode Rosario (Fabrizio Ferracane), che gli consegna le regole di una solitudine perfetta. Nel salone, però, troneggia un vecchio pianoforte appartenuto alla precedente proprietaria, la tastiera serrata a chiave da anni, come una bocca che qualcuno ha voluto zittire. Finché un giorno, ai piedi di un albero, Sam dissotterra una scatola: dentro ci sono il diario di Imma Rubino (Giglia Marra), aspirante musicista costretta a sacrificare il proprio talento agli obblighi familiari, uno spartito e la chiave dello strumento. Suonare quella ballata senza nome significherà spalancare la porta all'incubo, mentre la fidanzata Tania (Alana Boden) raggiunge la villa per sostenerlo e accertarsi che non sia ricaduto nella dipendenza dai farmaci.
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Dopo The Well, Federico Zampaglione sceglie l'horror più arduo
A Zampaglione non è mai piaciuto vincere facile. Dopo The Well (2023), favola gotica e sanguinaria venduta in 104 Paesi, avrebbe potuto replicare la formula e incassare. Invece firma un'opera agli antipodi. E il punto non è soltanto il coraggio della scelta, ma il risultato: il suo sesto lungometraggio è il più maturo e personale della sua filmografia, un horror che riduce la violenza grafica e affida la paura soprattutto all'atmosfera. Ed è una scommessa vinta. Niente castelli, niente orchi, niente catene. La villa (le riprese si sono svolte a Fara in Sabina, nella suggestiva Villa Pacieri) è spogliata fino all'osso, arredata con pochi oggetti di design, lontanissima dalla casa infestata di tradizione, con i suoi tendaggi, i tappeti e le librerie polverose. Il vuoto, qui, è il vero scenografo: a riempirlo provvedono la paura, l'angoscia e il disordine mentale del protagonista.
Certo, bisogna accettare di perdersi in questo dedalo di incubi che ti avvolge lentamente, bianco come una nebbia, e poi ti fa precipitare nella follia, nell'irrazionale, nel mondo ctonio. Perché The Nameless Ballad, scritto dal regista con Barbara Baraldi (curatrice di Dylan Dog, e dunque esperta di incubi per mestiere), è anche una riflessione lucida sull'ansia di prestazione, su una società che ci obbliga a performare sempre oltre il cento per cento. Chi si ferma è perduto, recita l'adagio (e Totò, nell'omonimo film di Sergio Corbucci del 1960, ne aveva già svelato il lato grottesco). Zampaglione non fa mistero della componente autobiografica: il film, ha confessato, «fotografa molte cose che ho vissuto in prima persona». E l'ossessione, alla fine, proprio come la paura del capolavoro di Rainer Werner Fassbinder, mangia l'anima.
Il film si regge in larga parte sulle spalle di Jamie Ward, e le spalle reggono. Il suo Sam è fragile senza essere lagnoso, nevrotico senza scivolare nella caricatura, e soprattutto è credibile quando suona: si vede che le mani conoscono la tastiera e la chitarra, che i tentativi, le pause, le note sbagliate e corrette appartengono a un musicista vero. Il ritmo è quello della combustione lenta. La prima parte chiede pazienza, si prende il tempo di abitare la casa e il silenzio. Ma quando l'ingranaggio si mette in moto, la tensione non si allenta più, e l'ultimo atto ripaga con gli interessi l'attesa
Tra Mario Bava ed Edgar Allan Poe, il fascino del dagherrotipo
Il film possiede il fascino antico e immortale di un dagherrotipo. E la parola non è scelta a caso: il procedimento di Louis Daguerre fu presentato al mondo nel 1839, lo stesso anno in cui Edgar Allan Poe pubblicava La caduta della casa Usher. Due modi diversi di fissare i fantasmi. Lo si avverte nell'alternanza tra colore e bianco e nero e, soprattutto, nell'omaggio a Mario Bava, il maestro di La maschera del demonio e di Operazione paura (il film che Martin Scorsese considera il capolavoro del regista sanremese). Zampaglione rilegge quella grammatica dell'ombra: donne che attraversano i corridoi bui di ville e castelli reggendo un candelabro, la cui fiamma, più che rischiarare, sembra accendere l'oscurità circostante. La fotografia di Yuri Santurri stringe la casa attorno a Sam come una camicia di forza, giacché ogni stanza vuota diventa uno specchio in cui riflettersi e smarrirsi.
Quanto a Poe, questo film probabilmente gli sarebbe piaciuto. Roderick Usher, artista dai sensi morbosamente acuiti, sopporta soltanto il suono di certi strumenti a corda, improvvisa alla chitarra e intona una ballata, Il palazzo stregato, che racconta di una dimora assediata da presenze maligne. Sam Gallo ne è l'erede contemporaneo: un orecchio troppo sensibile, una casa che risponde, una canzone che non si lascia finire. Tant'è che, a un certo punto, non sappiamo più se sia lui a suonare la ballata o la ballata a suonare lui.
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la colonna sonora: l'orecchio più profondo dell'occhio
A sentire il tappeto sonoro del film viene in mente Robert Bresson, che nelle Note sul cinematografo annotava: «L'occhio (in generale) superficiale, l'orecchio profondo e inventivo». Per il regista francese lo sguardo si limita a ricevere ciò che gli viene mostrato, mentre l'udito stimola l'immaginazione e la memoria e costruisce un mondo oltre i confini dell'inquadratura. Zampaglione sembra averne fatto un manifesto: in The Nameless Ballad fanno paura i passi, gli scricchiolii, i silenzi improvvisi in cui ogni rumore si dilata, e lo spettatore, come Sam, smette di capire se quei suoni abitino la casa o la sua mente. Merito anche del sound design e del missaggio di Massimo Filippini, con la post produzione audio di Pyramid Factory.
La colonna sonora originale porta la firma di Andrea Pesce e Cristiano De Fabritiis, mentre l'ossessivo tema al pianoforte, ha precisato il regista, è di Pesce. Un arsenale vintage da far invidia a un museo del rock progressivo: Pesce suona pianoforte, Prophet, Moog, Juno, Mellotron, Solina, Farfisa, piano Wurlitzer e Rhodes bass, De Fabritiis alterna batteria, percussioni, no-input mixer, armonica blues ed effetti. Registrati e mixati allo Studio FishEye di Roma, i brani hanno titoli che sono già una sinossi dell'incubo: The Mansion, Warning Ghost, Imma, Dentro l'armadio, Quelle note maledette, La fuga, fino a un cinefilo Provaci ancora Sam che strizza l'occhio a Woody Allen (e, per interposta persona, a Humphrey Bogart e al pianoforte di Casablanca). Zampaglione, dal canto suo, compone due canzoni, Like I Did Last Night e I'll Be Waiting, eseguite da Jamie Ward, che interpreta anche Memories di Marco Mantovani e Daniele Tofani. Del resto il regista ha raccontato di aver preteso dal suo protagonista, musicista vero, di scrivere e suonare i brani dal vivo sul set: un metodo sadico, ma efficacissimo, per portarlo nello stesso stato di tensione del personaggio.
Giglia Marra è Imma Rubino, il fantasma
Il cuore oscuro del film batte però nel personaggio di Imma Rubino, a cui Giglia Marra (moglie del regista) presta corpo e inquietudine. Zampaglione le ha chiesto di perdere otto chili per diventare ossuta, quasi scheletrica, e di studiare il pianoforte. Il risultato è una presenza che turba prima ancora di spaventare: Imma è una donna prigioniera, alla quale la famiglia ha negato la libertà di seguire la propria passione. Un'artista murata viva nel proprio destino. Il ritratto dei Rubino che compare nei titoli di coda, con Vincenzo De Michele (Errigo), Mia Desando (Maddalena) e Sergio Ernesto Ceglie (Antonio), ha la rigidità solenne delle vecchie fotografie di posa, in cui nessuno sorride e tutti sembrano custodire un segreto.
Viene in mente, come spesso accade quando il cinema mette in scena l'ambizione che divora gli affetti, I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu monogatari, 1953) di Kenji Mizoguchi, Leone d'argento alla Mostra di Venezia. Anche lì un artigiano, il vasaio Genjūrō, insegue il successo fino a smarrirsi tra le braccia di un fantasma, la nobile Wakasa, scoprendo troppo tardi il prezzo della propria ossessione. Il Giappone del Cinquecento e la Sabina di oggi sono lontanissimi, eppure i fantasmi parlano la stessa lingua: quella dei desideri inespressi e delle vite che avremmo potuto vivere.
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La dedica a Federico Frusciante e tutti i fantasmi di Zampaglione
Tra le presenze che abitano la villa, conviene tenere d'occhio anche un rospo, più importante di quanto sembri (non diremo altro). Creatura anfibia, divisa tra l'acqua e la terra, il rospo diventa qui una creatura di confine: tra il conscio e l'inconscio, tra il visibile e l'invisibile, tra la superficie e il mondo ctonio che appartiene alla notte. E se il lettore cinefilo volesse spingersi oltre, potrebbe ricordare che in giapponese la rana si chiama kaeru, parola che suona come il verbo tornare. Una suggestione, nulla di più. Ma i fantasmi, si sa, tornano sempre.
Poi, sul nero dei titoli di coda, compare una dedica che stringe il cuore: «Un pensiero per Federico Frusciante. La sala ti aspettava. Il tuo fruscio resta qui». Critico cinematografico livornese, anima della videoteca Videodrome e divulgatore amatissimo su YouTube, Frusciante è scomparso il 15 febbraio 2026, a 52 anni. Quel gioco di parole sul fruscio (il rumore di fondo della pellicola, il respiro stesso del cinema) è il più delicato degli omaggi per chi ha passato la vita a raccontare film. Nei ringraziamenti il regista cita il padre Domenico, i grandi maestri dell'oscurità che lo hanno ispirato, l'intera comunità horror, le sue chitarre e, infine, tutti i suoi fantasmi. Sicché il cerchio si chiude, e torniamo a Pasternak: forse non si dovrebbe scherzare con le righe scritte col sangue. Ma per fortuna c'è ancora chi non sa farne a meno.
Se fosse un cocktail: lo Spartito Nero, tra olio di Sabina e assenzio
Se The Nameless Ballad fosse un cocktail, sarebbe uno Spartito Nero. Base di gin lavato con olio extravergine della Sabina (la tecnica del fat washing regala al distillato una consistenza vellutata e un retrogusto erbaceo, come la campagna che circonda la villa), vermouth bianco, due gocce d'assenzio in onore della fata verde cara ai poeti maledetti e un dash di bitter al cacao, scuro come i corridoi di Bava. Si mescola a lungo nel mixing glass, con la pazienza di un metronomo, e si serve in una coppa ghiacciata. Il tocco finale: tre gocce di bitter rosso lasciate cadere sulla superficie, come note scritte col sangue su un pentagramma. Guarnizione: un'oliva nera. Da sorseggiare in silenzio, ascoltando ogni scricchiolio. E, se il pianoforte di casa si mette a suonare da solo, meglio non rispondere.
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