Manovra 2027, i magistrati pescano il jolly: in arrivo fino a 100mila euro a testa
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Il prossimo Capodanno sarà memorabile per gli 11mila magistrati italiani. Quella sera, con la legge di bilancio 2027 appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale, potranno stappare la bottiglia delle grandi occasioni: per festeggiare il comma che mediamente porterà nelle loro buste paga quasi 100mila euro a testa. Qualcosa di più andrà a chi si trova in alto nelle scale della gerarchia e dell’anzianità, qualcosa di meno agli altri. Ma nessuno resterà deluso.
In arrivo 970 milioni per 11mila toghe
La notizia è nascosta nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio. Come l’anno scorso, il programma dei conti inviato a Bruxelles contempla un «fondo sentenze» da 1,9 miliardi. Nell’ultima manovra il primo beneficiario fu Tim, vittoriosa in un lungo contenzioso sul fisco nato sul finire degli anni Novanta. Quest’anno tocca alle toghe.
In arrivo per loro ci sono 970 milioni, che si traducono in costi lordi a carico dello Stato per oltre 70mila euro a testa come arretrati una tantum e in circa 20mila euro l’anno di retribuzione. Destinati, questi ultimi, a replicarsi in modo strutturale negli stipendi futuri. Le cifre più robuste saranno indirizzate ai 10.638 magistrati che erano già in servizio nel 2018; ma in varia misura la novità riguarda tutti. E non finisce qui: l’effetto domino potrebbe allargarsi. Come mai?
Il calcolo contestato
Tutto nasce dal meccanismo di calcolo dei trattamenti economici. I magistrati fanno parte del «personale in regime di diritto pubblico», e le loro retribuzioni sono riviste ogni tre anni in base agli aumenti medi ricevuti nel frattempo dalle categorie contrattualizzate del pubblico impiego, cioè il grosso dei dipendenti pubblici.
Dopo un lungo, sereno tran tran, una tempesta ha investito i meccanismi utilizzati dall’Istat per far evolvere le buste paga dei non contrattualizzati. Ne è nata una battaglia di carte bollate, conclusa al Consiglio di Stato che ha assestato una bocciatura plurima al sistema impiegato fino ad allora. La base di calcolo, hanno scritto i magistrati amministrativi, ha escluso indennità che invece andavano comprese, non ha considerato personale come quello delle Autorità indipendenti, dove gli aumenti sono più vivaci, e utilizzando la media ponderata invece di quella semplice ha enfatizzato il peso di comparti larghi nel numero di dipendenti e stretti negli stipendi, come la scuola e gli enti territoriali.
Le sentenze
Nel luglio del 2025, un gruppo di sentenze gemelle del Consiglio di Stato ha cannoneggiato il decreto di Palazzo Chigi che definiva gli aumenti del 2018/20. E la stessa sorte si è aperta per il provvedimento sul 2021/23. Il Governo ha temporeggiato, rimediando altre sentenze dei giudici amministrativi che hanno imposto di ottemperare. La lunga resistenza dell’Avvocatura dello Stato è stata sconfitta. Ma gli aumenti si applicheranno anche ai suoi componenti. I decreti che adeguano le retribuzioni per gli anni dal 2018 al 2023 sono pronti. La legge di bilancio dovrà mettere i fondi.
Mossa obbligata
Questa rapida ricostruzione basta a mostrare che il Governo non ha scelta, perché davanti a un doppio livello di sentenze non si può che eseguire. Dal debito a scoppio ritardato del Superbonus alle condanne europee sulla fiscalità delle controllate estere, del resto, lungo tutta la legislatura il ministro dell’Economia Giorgetti è stato costretto a firmare assegni per onorare le cambiali del passato. Questa volta, però, politicamente il passaggio rischia di rivelarsi ancora più delicato: perché ad attivare il robusto bonifico alle toghe sarà la stessa manovra che per assenza di risorse sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime, ed è impegnata in un’affannosa battaglia sui decimali per provare a costruire aiuti contro il caro bollette.
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