Svezia, linea dura sui migranti anche per i socialdemocratici di Andersson: così il rigore diventa la via per salvare il welfare
Per gli elettori svedesi, quello che pensano il centrodestra e il centrosinistra rispetto al tema migranti non è stato al centro della campagna elettorale. Perché i cittadini sanno che entrambi gli schieramenti, seppure con le dovute differenze, sposano entrambi la linea del rigore. Di fatto, Magdalena Andersson, alla guida dei socialdemocratici, ha dichiarato che la Svezia deve mantenere il suo modello restrittivo, rendendo quindi improbabile un allentamento delle norme voluto dal governo uscente di Ulf Kristersson nonostante le richieste di Verdi e sinistra. La vittoria del centrosinistra – in vantaggio di tre seggi – e la prima battuta d’arresto del partito anti-migranti di estrema destra di Åkesson – che non arretrava dal 2010, mentre oggi registra una flessione del 3% rispetto al 2022 – si è giocata soprattutto su scuola, sanità, sicurezza, assistenza agli anziani. A preoccupare maggiormente i cittadini è la conservazione dello stato sociale, col mantenimento e il rafforzamento del celebre modello svedese, e gli elettori fortemente preoccupati per le liste d’attesa nella sanità pubblica e per i finanziamenti ai servizi sociali fondamentali. E nonostante si sia trattato della prima elezione da quando il Paese è entrato ufficialmente nella Nato, i temi di politica estera hanno solo fatto da sfondo alla campagna elettorale.
Cosa è successo nel 2015 – A livello di opinione pubblica, la crisi dei rifugiati del 2015 ha portato alla luce tutte le criticità, segnando un cambio di passo nel dibattito politico sul tema. Allora erano arrivate 160mila domande di asilo – il 12,4% del totale delle domande di asilo presentate in tutta l’Unione Europea – e circa 35mila riguardavano minori (il 40% di tutti quelli arrivati in quell’anno nel Continente). Da allora il calo delle richiesta è stato numericamente drastico: l’anno scorso la Svezia ha registrato circa 6.700 nuove richieste di asilo, e solo il 23% è stato approvato. Un tasso che che è meno della metà della media UE. Anche col centrosinistra, dal 2015 al 2022, le richieste di asilo erano comunque calate, salvo un aumento dal 2021 al 2022.
Le differenze sul tema immigrazione tra centrodestra e centrosinistra – Le divergenze dei due schieramenti riguardano l’approccio di base al tema: il centrodestra vuole incentivare la remigrazione, mentre il campo progressista punta a bloccare gli ingressi e a integrare chi si trova già nel Paese. Il governo di centro destra, appoggiato anche dal partito nazionalista e anti-immigrazione dei Democratici Svedesi, ha agito per ridurre drasticamente il numero di richieste di asilo, aumentare le espulsioni e limitare severamente l’accesso al welfare per i non cittadini. Le prime riforme, tra cui norme più severe sul ricongiungimento familiare e sui permessi di soggiorno per motivi umanitari, sono entrate in vigore alla fine del 2023. Contemporaneamente, la quota di reinsediamento dei rifugiati è stata ridotta da 5mila a 900 posti all’anno. Ritenendo poi i sussidi svedesi un “fattore di attrazione”, l’esecutivo ha approvato requisiti più rigidi per la cittadinanza (che includono l’estensione del periodo di residenza a otto anni, test linguistici/sociali) insieme a misure controverse come l’obbligo per i dipendenti del settore pubblico di segnalare i sospetti migranti irregolari nell’esercizio delle proprie funzioni (“legge sulla delazione”). Approvati anche incentivi al rimpatrio volontario, con 30mila euro offerti ai residenti nati all’estero per lasciare il Paese (nonostante la somma corposa, nel 2026 solo in 171 hanno aderito, un totale di 830mila stranieri che hanno un permesso di soggiorno). Inoltre la politica si è decisamente più orientata verso la concessione di permessi di soggiorno temporanei rispetto a quelli permanenti, ampliando allo stesso tempo i motivi legali per la revoca del documento in caso di reati o “cattiva condotta”.
Guardando invece al centrosinistra, se storicamente era associato a politiche umanitarie e accoglienza dei richiedenti asilo, dal 2015 la linea è cambiata in favore di una significativa rigidità, motivata dalle pressioni dell’opinione pubblica a fronte dell’aumento di episodi violenti – spesso associati a gang di giovani stranieri -, della nascita di quartieri-ghetto e dei rischi che minano la coesione sociale. Contrario agli incentivi per la remigrazione e alla “legge sulla delazione”, ritenendo che obbligare il personale medico o scolastico a fare la spia distrugga lo stato di diritto, il centrosinistra promuove invece una linea di integrazione per gli stranieri presenti sul territorio nazionale, anche attraverso investimenti nelle strutture di welfare pubblico nei quartieri svantaggiati. Un altro pilastro è l’assimilazione obbligatoria: chi resta deve imparare lo svedese, lavorare e uniformarsi ai valori nazionali per scoraggiare la segregazione e la formazione di bande criminali. Anziché promuovere l’esclusione dei cittadini dal welfare, i progressisti tendono a conservarne l’universalità, spingendo gli immigrati a lavorare per contribuire al sistema. Una strategia, quella del centrosinistra, che si ispira al modello danese adottato da Mette Frederiksen. La premier socialdemocratica ha adottato una linea durissima e restrittiva sul controllo dell’immigrazione e dei rimpatri, sostenendo che i flussi incontrollati rappresentino una minaccia alla sostenibilità dei conti pubblici e dunque alla tenuta del welfare. Come a Copenhagen, anche i socialdemocratici di Andersson sono convinti che solo la riduzione dei flussi e l’integrazione per chi si trova già nel Paese – con condizioni severe su cittadinanza, conoscenza della lingua e rispetto delle leggi locali -, garantiscano le basi per la coesione e il mantenimento dello stato sociale.
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