Smontata la propaganda di Meloni: nell’anno di abolizione del reddito di cittadinanza +145mila lavoratori in nero. Da quando c’è lei a Chigi +300mila
Sorpresa: abolire il reddito di cittadinanza non ha ridotto il lavoro nero. Anzi, nell’anno in cui il governo Meloni ha abrogato il sussidio anti povertà sostituendolo con misure meno generose e selettive le unità di lavoro irregolari sono aumentate, e non di poco. Nel 2024, calcola l’Istat nel report sull’economia non osservata, quell’aggregato statistico che traduce le ore lavorate in lavoratori a tempo pieno è salito del 4,6% toccando quota 3,27 milioni, oltre 145mila in più rispetto al 2023. Mentre la crescita del lavoro regolare si è fermata a +1,6% (sono cresciuti i dipendenti regolari ma diminuiti gli autonomi). Rispetto al 2022, quando la leader di Fratelli d’Italia è arrivata a Palazzo Chigi, si contano 298mila irregolari in più e il tasso di nero è passato dal 12,5% al 13,1%: più di uno su otto è fuori dalle regole. La narrazione della maggioranza di destra sulle cause della ripresa dell’occupazione con il superamento – da luglio 2024 – dei 24 milioni di persone al lavoro ne esce decisamente ammaccata.
Il Reddito “ha fatto proliferare il nero”, sosteneva nel marzo 2023 Meloni, rivendicando la decisione di cancellare la misura universale di contrasto alla povertà che era stata introdotta nel 2019 e evocando tra le righe una futura emersione del sommerso. Ma la presidente del Consiglio era evidentemente ben consapevole del fatto che, propaganda a parte, fare tabula rasa di quell’aiuto non sarebbe servito per ridurre il fenomeno: non a caso alla fine dello stesso anno, rinegoziando il Pnrr con Bruxelles, il governo ha chiesto e ottenuto la cancellazione dell’impegno a diminuire di 2 punti percentuali la quota di lavoro nero rispetto al dato 2020, sostituendolo con impegni su ispezioni, potenziamento dei centri per l’impiego e attivazione di un portale nazionale ad hoc. L’obiettivo sarebbe stato in effetti ampiamente mancato.
Tornando ai dati, i dipendenti irregolari – per responsabilità dei datori di lavoro – sono arrivati nel 2024 a 2,39 milioni, +121.800 in un anno (+5,4%), e gli autonomi a 881mila, 23.400 in più sull’anno prima (+2,7%). Il confronto con gli anni precedenti è impietoso e imbarazzante per il governo. Nel 2021 le unità di lavoro irregolari erano 2,98 milioni e nel 2022 erano rimaste stabili. Poi, nel primo anno pieno di Giorgia Meloni a palazzo Chigi, è arrivata l’inversione: 3,13 milioni nel 2023 e oltre 3,27 milioni del 2024. I numeri ovviamente non dimostrano un rapporto causale con l’abolizione del Rdc, ma di sicuro bastano per smentire la causalità inversa che la maggioranza dava per sicura.
L’aumento riguarda quasi tutti i settori, ma è particolarmente evidente in agricoltura, dove il tasso di irregolarità sale dal 17,6% al 18,4%, e nelle costruzioni, dove passa al 13,6%, +0,8 punti. Nei servizi alla persona, che comprendono il lavoro domestico, raggiunge il 41,4%, in crescita di 0,9 punti. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nella ristorazione arriva al 15,5%, mezzo punto in più rispetto al 2023.
In parallelo il valore aggiunto legato al lavoro irregolare è salito a 80,3 miliardi di euro: 3,1 miliardi in più. Mentre la componente legata alla sotto-dichiarazione, cioè i ricavi non dichiarati o costi sovrastimati dalle imprese per ridurre il reddito dichiarato al fisco, è scesa da 108,2 a 107,6 miliardi.
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