Mario Caligiuri: "Il disagio sociale digitale minaccia la sicurezza nazionale"

Nel 2019 il presidente della Società italiana di intelligence avvertiva che disuguaglianze, crisi della rappresentanza e algoritmi potevano minare la stabilità democratica. Oggi i rapporti ufficiali gli danno ragione. Dalla disinformazione «strutturale» alla sovranità digitale, fino ai segnali deboli che lo Stato dovrebbe saper leggere: perché la questione sociale è diventata una questione di sicurezza.
Che cosa vedeva allora che il dibattito pubblico non vedeva? E, a distanza di sette anni, che cosa riscriverebbe di quel saggio?
Allora come oggi, mi sembra sottovalutata l’area del disagio sociale, che è un fattore costitutivo delle società contemporanee. La globalizzazione da un lato e l’intelligenza artificiale dall’altro stanno accentuando progressivamente le disuguaglianze. Nel dibattito pubblico di questi giorni sulle rivolte giovanili in Francia, Spagna e Italia mi sembra che si confondano spesso le cause con gli effetti, anche perché a interpretarli sono in gran parte opinionisti che non vivono direttamente i problemi degli affitti e degli stipendi. Si sottovalutano elementi essenziali, come le evidenti storture sociali, non di rado prodotte dalle stesse leggi, che stabiliscono già in partenza chi vince e chi perde. A distanza di sette anni, distinguerei meglio le circostanze legate all’attualità dalle dinamiche di medio periodo. La mia riflessione del 2019 era fondata sull’analisi del momento: non era predittiva, ma lo è diventata col tempo.
Lei ha sempre spostato l’attenzione dalla singola notizia falsa all’ambiente algoritmico che orienta percezioni e comportamenti. La Relazione 2026 dell’intelligence italiana si intitola «Governare il cambiamento». Secondo lei, il nostro sistema di sicurezza ha colto queste dinamiche?
L’idea di approfondire il disagio sociale nasce proprio dallo studio della relazione dell’intelligence italiana del 2017. Allora mi sono soffermato sull’eversione, poi ho ampliato il ragionamento. Le dinamiche digitali di quasi dieci anni fa, nelle linee generali, si stanno rafforzando. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa è diventato ancora più difficile distinguere il vero dal falso, il legale dall’illegale, il tempo del riposo da quello del lavoro. Queste tendenze sono ormai sempre più evidenti, ma nel dibattito pubblico vengono spesso lette come materia di polemica politica, invece che come l’occasione per una riflessione profonda, capace di incidere davvero sulla struttura sociale. Una riflessione che dovrebbe riguardare, per esempio, gli emolumenti e le pensioni fuori misura, i prezzi incontrollati di beni e servizi, la tassazione eccessiva. Fenomeni come la droga, che la società non affronta con sufficiente profondità, e l’indubbio aumento dei disturbi psicologici e psichiatrici tra le giovani generazioni imporrebbero scelte non più rinviabili.
Se il disagio sociale diventa una questione di sicurezza nazionale, si rischia di trattare il malessere dei cittadini, e magari il dissenso, come una minaccia da gestire anziché come un problema politico da risolvere. Dove passa il confine tra tutela della democrazia e securitizzazione della questione sociale?
Il confine è molto sottile. Dal mio punto di vista, le ragioni del disagio sono antiche. Nel nostro Paese alcune delle condizioni sociali e politiche che hanno alimentato il terrorismo degli anni Settanta non sono state del tutto superate e, sotto forme diverse, hanno continuato a manifestarsi.
Le disuguaglianze sociali e territoriali si sono accentuate, mentre i benefici del benessere vanno a vantaggio di ristrette minoranze. Da una recente ricerca emerge che i superricchi italiani, cioè coloro che dispongono di un patrimonio superiore a 30 milioni di dollari, sono quasi 13.000, con patrimoni complessivi di oltre 1.400 miliardi di dollari, circa 1.200 miliardi di euro. Basti pensare che l’intera spesa pubblica annuale è di circa 1.150 miliardi di euro. Da questo semplice dato si capisce già tutto.
Se le dinamiche sociali premiano troppo spesso l’appartenenza rispetto al merito, le istituzioni rischiano di affidare all’intelligenza artificiale funzioni sempre più ampie, anche per compensare l’insufficiente valorizzazione delle competenze umane, creando una dipendenza dagli algoritmi sempre più difficile da sciogliere. Inoltre, la globalizzazione richiede decisioni rapide, e quindi prevalgono i sistemi politici più efficienti. Nelle democrazie liberali, che secondo alcune classificazioni internazionali rappresentano una parte minoritaria della popolazione mondiale, occorrerebbero procedure garantiste ma snelle ed élite pubbliche non condizionate dall’urgenza dei tweet, bensì formate e selezionate in base a una visione del futuro.
Secondo il Servizio europeo per l’azione esterna, più di un quarto delle operazioni di manipolazione informativa individuate nel 2025 usava l’intelligenza artificiale, e gli attori russi e cinesi sfruttano le fratture interne delle società europee. Ma quelle fratture sono nostre. Quanto della nostra vulnerabilità cognitiva è importato, e quanto è responsabilità delle nostre classi dirigenti?
Il mio punto di vista è che viviamo da tempo in una società della disinformazione strutturale e permanente. Questa condizione si manifesta in modo molto preciso: la dismisura dell’informazione da un lato e il basso livello di istruzione sostanziale dall’altro. Ne deriva un cortocircuito cognitivo che allontana le persone dalla comprensione, sempre difficile, della realtà. L’intelligenza artificiale sta amplificando enormemente questo fenomeno, ma sulla disinformazione, secondo me, si sta abbaiando all’albero sbagliato.
Posto che tutti cercano di disinformare tutti, e che non siamo in un film western con i buoni sempre da una parte e i cattivi dall’altra, oggi le centrali più incisive della disinformazione, della manipolazione e della propaganda sono i governi, i parlamenti e le multinazionali finanziarie e digitali. Le fake news, su cui non a caso si concentra l’attenzione, sono soltanto una delle forme della disinformazione, e non necessariamente la più insidiosa. Spesso è più difficile riconoscere i meccanismi strutturali che orientano la percezione della realtà.
Nel 2019 lei legava l’automazione alla tenuta del patto sociale: lavoro, distribuzione della ricchezza, concentrazione del potere economico. Oggi le infrastrutture attraverso cui si forma l’opinione pubblica sono in mano a pochi gruppi privati, per lo più extraeuropei. Può uno Stato garantire la propria sicurezza cognitiva senza una vera sovranità digitale?
Secondo me bisogna avere le idee chiare. Il trasferimento del potere dal pubblico al privato è una tendenza individuata già da Alvin Toffler più di trentacinque anni fa. Lo studioso americano aveva previsto che, nell’immediato futuro, il potere si sarebbe fondato non tanto sulla forza fisica o sul denaro quanto sulla conoscenza, oggi declinata soprattutto come possesso ed elaborazione delle informazioni digitali.
Nei Paesi occidentali l’economia finanziaria e digitale sembra spesso prevalere sul potere politico, con le conseguenze che vediamo. Tanto più che nel cyberspazio, il sesto continente, le comunicazioni per definizione non hanno confini territoriali. Pertanto, a meno di essere gli Stati Uniti o la Cina, e anche loro solo in parte, la sovranità digitale rischia di restare uno slogan, dietro il quale si muovono interessi economici colossali.
Lei chiede all’intelligence di leggere i «segnali deboli» prima che diventino fenomeni conclamati. Quali segnali deboli vede oggi nella società italiana? E chi, oltre agli apparati, dovrebbe essere formato a riconoscerli: la scuola, l’università, il giornalismo?
L’intelligence nazionale ha il compito fondamentale di cogliere i segnali deboli. Come diceva Francesco Cossiga, spesso citato a sproposito in questi giorni, «la ricetta democratica è spegnere l’incendio prima che divampi». E, come scriveva Robert David Steele prima dell’11 settembre, «l’arma migliore di una nazione è avere una cittadinanza istruita».
Le classi dirigenti dovrebbero quindi mettere al centro l’istruzione, non in modo retorico né in termini soltanto finanziari. Serve una visione strategica che rafforzi il fattore umano nella guerra senza quartiere con l’intelligenza artificiale: una guerra dagli esiti imprevedibili, che rischia di produrre una disuguaglianza senza precedenti, con una ristretta minoranza che userà l’intelligenza artificiale e moltitudini che ne saranno guidate. Senza risposte adeguate a livello globale, nelle democrazie il disagio sociale non potrà che esplodere, anche perché diventa praticamente impossibile incidere sugli interessi consolidati e sulle rendite.
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