Sebastián Lelio, morto a 52 anni il regista premio Oscar che fece brillare Moore, Weisz e Pugh

Lelio parlava del cinema con rara lucidità. Per Gloria raccontò di essersi chiesto con la co-sceneggiatrice cosa accadesse “girando la camera di 90 gradi” verso la generazione delle madri. Ricordava la propria che cantava in auto “speranze, paure e sogni” attraversando la città: un’immagine “contemporanea e tenera”. Di Marina, in Una donna fantastica, disse: “È pronta per il mondo, è il mondo a non essere pronto per lei”. Quel film, notò, seppe “traboccare dallo schermo” nel tessuto sociale fino a spingere una legge, “con grande sorpresa e ammirazione”. Rifiutava la logica della gara: “Non sono cavalli in corsa”. Si gira per sopravvivere e trovare le migliori soluzioni artistiche, poi ci si nasconde dietro la tenda. I premi? “Effetti collaterali felici”, un “amplificatore” per far scoprire il film. Su Disobedience temeva di “sbagliare tutto” e di non farlo vibrare con l’oggi. The Wonder, disse, era un sogno nato quattro anni prima dal romanzo.
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