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Saturday, November 7, 2026

“Da ricercatrice ed ematologa, ho nostalgia degli Usa. Al ritorno in Italia dopo sei anni ero precaria: non sono una raccomandata”

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“Da ricercatrice ed ematologa, ho nostalgia degli Usa. Al ritorno in Italia dopo sei anni ero precaria: non sono una raccomandata”

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Per anni ha attraversato gli Stati Uniti inseguendo la stessa domanda: fin dove può arrivare la ricerca quando chi la fa ha gli strumenti per portarla avanti? Prima Yale, poi La Jolla, in California. In mezzo, laboratori, seminari, congressi, grant, pubblicazioni e persino un brevetto sviluppato insieme all’università americana per nuovi farmaci destinati alla cura della leucemia mieloide cronica e dei tumori solidi. Oggi Enrica Lerma vive a Bogliasco, in provincia di Genova, e lavora come ematologa a Villa Scassi. È rientrata in Italia ormai anni fa, per motivi familiari. Ma il ricordo di quegli anni americani non si è mai spento. “Ho molta nostalgia del periodo trascorso a New Haven”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non tanto per un’idea astratta dell’estero, quanto per un modo concreto di vivere la medicina e la ricerca che, al ritorno, avrebbe faticato a ritrovare. La prima sorpresa, arrivando a Yale, fu quasi scenografica. “Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. I palazzi dell’università avevano l’architettura neogotica, tutt’altro che futuristici”.

L’America che immaginava moderna aveva invece il volto antico di New Haven. Ma bastava entrare nei laboratori per scoprire un’altra idea di modernità. Ogni giorno c’erano seminari con alcuni dei maggiori esperti mondiali. E poi le clinical conference al Cancer Center della Yale School of Medicine, dove i casi più complessi venivano discussi insieme da ematologi, chirurghi e altri specialisti. “Si proiettava anche l’istologico del paziente e tutti potevano valutare la malattia sotto ogni punto di vista”, ricorda. Era un ambiente nel quale la ricerca non sembrava separata dal resto della professione. Enrica poteva presentare i propri progetti e concorrere per ottenere finanziamenti. “Si basavano sul tuo progetto di ricerca”, spiega. Negli Stati Uniti scrive diversi grant, alcuni dei quali vengono approvati, e ottiene borse e fondi per proseguire il lavoro. Uno dei finanziamenti arrivava da un’associazione per la ricerca sulla leucemia e i linfomi: quattro anni da 140 mila dollari all’anno. Il suo professore, per lo stesso filone di ricerca, aveva ottenuto anche un grant dall’esercito americano. In quegli anni nasce inoltre il progetto sui farmaci per la leucemia mieloide cronica che porterà a un brevetto con Yale. “All’epoca erano i primordi, erano ancora a livello embrionale“, racconta. Negli anni successivi quelle ricerche sarebbero state ampliate e quei farmaci sarebbero entrati nell’uso per diverse patologie ematologiche e oncologiche.

Il ricordo di Yale è legato anche a un giorno storico. L’11 settembre 2001 Enrica stava andando al lavoro sullo Yale Shuttle. “L’autista teneva la radio accesa e abbiamo sentito in diretta l’annuncio dell’attentato alle Torri Gemelle”. Quel giorno avrebbe dovuto occuparsi del trasloco verso la California, dove l’aspettava un nuovo capitolo di ricerca. Il viaggio fu rimandato di un mese. A La Jolla sarebbero seguiti altri tre anni. Il rientro in Italia, invece, fu dettato dalla famiglia. E lì iniziò una fase completamente diversa. Enrica lavora al Centro di Biotecnologie Avanzate, ma dopo un anno deve tornare all’attività clinica. Aveva anche l’attrezzatura per proseguire gli studi sul genoma umano nelle malattie ematologiche, ma mancavano i fondi. “Mi sarebbe piaciuto poter proseguire quegli studi che avevo iniziato negli Stati Uniti e riportare anche un po’ della parte di laboratorio, di ricerca di base che avevo approfondito”. Il problema non era la mancanza di lavoro, ma la sua instabilità. Dopo Yale e La Jolla arrivarono borse di studio, incarichi a tempo determinato, periodi a Pordenone, il ritorno al centro trapianti di midollo osseo, l’Inps (dove ha lavorato anche nelle commissioni per l’accertamento degli stati di invalidità), il lavoro come medico fiscale, il servizio come medico vaccinatore durante la pandemia, fino a Villa Scassi.

Per anni Enrica ha fatto anche il medico di bordo, tra il 2008 e il 2021, per brevi imbarchi. “Era una situazione di precariato che mi creava disagio, però non per il tipo di lavoro che ho fatto”, precisa. Le attività, racconta, le piacevano. A pesare era l’incertezza. Sei anni fuori dall’Italia avevano anche significato perdere alcune connessioni professionali. “Stando via sei anni avevo perso un po’ i collegamenti e sono passati altri avanti a me. Io non sono una raccomandata”. Il posto a tempo indeterminato è arrivato soltanto tre anni fa. Una conquista che però non ha cancellato del tutto l’incertezza: oggi, a causa della riorganizzazione della sanità ligure, la sua posizione potrebbe nuovamente cambiare sede. “Mi sono tolta quell’ansia di dovere pensare che sta per scadere il contratto”, dice. Ma aggiunge che “la stabilità, ancora una volta, non è del tutto definitiva”. Di Yale le manca soprattutto il modo in cui la giornata era organizzata. “Al mattino uno lavora, poi al pomeriggio si può andare ad assistere a questi seminari”. Ma anche la vita fuori dall’università: i concerti, il teatro, il cinema, il verde, la neve e il foliage autunnale. “È stata una bella esperienza, l’ho vissuta molto bene”.

Non idealizza però gli Stati Uniti. Anzi, quando parla di sanità difende il sistema italiano. Durante le clinical conference americane, racconta, non bastava stabilire quale fosse la terapia migliore: bisognava anche verificare se l’assicurazione del paziente la coprisse. Il nostro Servizio sanitario nazionale resta, per lei, una fortuna da difendere. È sulla ricerca, invece, che il confronto cambia. “In questo ambito, sicuramente sono molto più avanti in America”. Non soltanto per le strutture, che a suo giudizio in Italia possono essere anche di buon livello, ma soprattutto “per la quantità di finanziamenti pubblici e privati disponibili”. Oggi Enrica continua a fare il lavoro per cui si è formata, in un ambiente che racconta come stimolante e positivo. Ma Yale resta un punto fermo della sua storia. Non necessariamente il luogo in cui avrebbe voluto vivere per sempre. Piuttosto, il posto che le ha mostrato quanto può cambiare una carriera quando alla competenza si aggiungono autonomia, risorse e la possibilità di trasformare un’idea in ricerca. E forse è proprio per questo che, a distanza di anni dal rientro, New Haven continua a sembrarle così vicina.

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