Pirandello all’Opera di Roma: “La vita nuda”, quando la musica fa cadere la maschera
Che bella notizia vedere una nuova opera, una produzione contemporanea, finalmente riuscita!
Novant’anni dopo la morte di Luigi Pirandello, il Teatro dell’Opera di Roma ha scelto di non commemorarlo con fedeltà museale, ma di creare qualcosa di nuovo. È la strada più rischiosa. La vita nuda, opera in un atto di Matteo D’Amico su libretto di Sandro Cappelletto, è andata in scena in prima assoluta in quel gioiellino che è il Teatro Nazionale. Il titolo viene da una novella pirandelliana, e l’opera unisce due atti unici che l’autore stesso aveva tratto dalla propria narrativa: L’uomo dal fiore in bocca e La patente. Da una parte c’è un uomo che ha la morte addosso e la osserva negli altri con lucidità feroce, con distacco disperato nei confronti dei palpiti quotidiani. Dall’altra c’è Rosario Chiàrchiaro, lo iettatore che non si difende dalla calunnia ma pretende che gli venga riconosciuta per legge, trasformando lo stigma in un mestiere. Sono due facce di quel “sentimento del contrario” che Pirandello mise al centro dell’Umorismo: il riso che si incrina e diventa pietà.
Chi ricorda Totò nell’episodio diretto da Luigi Zampa in Questa è la vita sa quanto Chiàrchiaro stia sul confine tra farsa e tragedia.
La drammaturgia firmata da Cappelletto e Cecilia Ligorio colloca le due vicende in una stazione ferroviaria nell’Italia degli anni Sessanta, un luogo sospeso dove i destini si sfiorano senza toccarsi. Le scene di Gregorio Zurla guardano al neorealismo cinematografico, i costumi di Vera Pierantoni Giua restituiscono un’epoca con precisione affettuosa e le luci di Fabio Barettin scolpiscono il tempo dell’attesa. La regia di Ligorio è asciutta e cura ogni gesto, senza un solo movimento decorativo. Questo è un esempio di adattamento intelligente, beckettiano il giusto, ma aperto a suggestioni diverse e contrastanti.
La ricchezza dello spettacolo sta proprio in questo intreccio di influenze, dove la novella siciliana dialoga con il cinema del dopoguerra e il teatro da camera con la grande tradizione operistica italiana. Francesco Giudiceandrea, su GBOpera, ha colto nel finale un’elegante eco strutturale della fuga che chiude il Falstaff verdiano, in scena praticamente negli stessi giorni a pochi metri, qui rovesciata in chiave tutt’altro che consolatoria. Ma si risentono (non so quanto consapevoli rimandi o suggestioni di chi scrive) anche echi di Gershwin, di Schönberg, di Stravinskij, perfino della tradizione madrigalista.
La partitura di D’Amico usa un linguaggio moderno ma limpido, fedele alla parola fino allo scrupolo. Giudiceandrea lo riassume con esattezza quando scrive che la musica «pare non solo voler semplicemente illustrare il libretto ma lo completa». Alessandro Cadario dirige l’Orchestra del Teatro dell’Opera, in formazione cameristica, con impeto e senso del palcoscenico. Lo conferma Blagoj Nacoski nella bella intervista concessa a Loredana Margheriti per ProgettoItaliaNews, dove dice del direttore: “La sua interpretazione è teatro, non soltanto musica”.
Il cast è il vero motore della serata. Andrea Concetti dà a Chiàrchiaro una presenza dolente e autorevole, cupa e umanissima insieme. Omar Montanari è un Uomo dal fiore in bocca intenso e commovente, capace di far vibrare ogni inciso del suo lungo congedo dalla vita. Accanto a lui Nacoski, nel doppio ruolo dell’Avventore e del Giudice, è l’interlocutore ideale: Pirandello affida proprio all’Avventore l’ascolto di quella confessione, e il tenore lo rende con disinvoltura scenica e un fraseggio di grande finezza. Maria Grazia Schiavo, Rosinella e Giovane innamorata, e Annunziata Vestri, Barista e Moglie, si incontrano in un duetto di forte intensità. Marcello Nardis, Roberto Abbondanza e Federico Longhi, un giudice D’Andrea di bella autorevolezza, completano un ensemble compatto e generoso.
Il pubblico ha risposto con applausi lunghi e convinti. Resta l’augurio che questa Vita nuda torni presto in scena, magari davanti agli studenti che incontrano Pirandello sui banchi di scuola. Scoprirebbero che a teatro le maschere nude, mentre cadono, lasciano scaturire un suono dolente e riflessivo, ma comunque pacificante per la nostra interiorità.
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