Lo stop dell’Onu all’occupazione illegale in Palestina è rimasto inascoltato per due anni. Ma può arrivare la svolta
Esattamente due anni fa, con una maggioranza schiacciante, l’Assemblea generale dell’ONU approvava una Risoluzione che avrebbe dovuto fornire una tabella di marcia per l’attuazione del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, sull’illegalità dell’occupazione israeliana del territorio palestinese dal 19 luglio 2024. La risoluzione A/RES/ES-10/24 recependo il parere consultivo della Corte, ha dichiarato infatti l’illegittimità della presenza d’Israele nei Territori Palestinesi Occupati, fissando in 12 mesi il termine per porvi fine. A Israele si imponevano invece l’evacuazione delle forze armate e dei coloni, lo smantellamento delle infrastrutture di occupazione, la restituzione dei beni espropriati e l’obbligo di riparazione integrale per i danni arrecati. Alla comunità internazionale si vietava il riconoscimento della situazione de facto e si imponeva di astenersi da ogni forma di assistenza al mantenimento dell’occupazione, chiedendo il blocco del trasferimento di armi utilizzabili nei territori e l’adozione di sanzioni mirate contro i soggetti responsabili delle violazioni del diritto internazionale.
Un voto storico insomma, che ha dimostrato il riconoscimento da parte della comunità internazionale dei propri obblighi nel garantire il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.
A due anni di distanza però il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve ancora dar seguito al proprio dovere di far rispettare la Risoluzione, anche se non farlo minerebbe per sempre ogni sua residua credibilità e significherebbe farsi beffe dell’opinione legale e politica dell’ONU.
E l’Italia? Purtroppo all’epoca decise di astenersi e di non schierarsi apertamente per il rispetto del diritto internazionale umanitario, compromettendo ogni tentativo di essere considerati un interlocutore regionale credibile per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Ebbene se all’epoca ancora c’era stato ancora qualche piccolo dubbio, sul fatto che l’approccio italiano fosse dovuto al ruolo di mediatore che di solito il paese ospitante il G7 prova a ritagliarsi, purtroppo il tempo ci ha detto il contrario. La linea dell’Italia è stata infatti quella di non interrompere il dialogo, anche a costo di dare agibilità e copertura politica sostanziale ai crimini commessi da Israele. Una complicità che di fatto ha concorso all’impunità di cui Israele ancora gode di fronte al genocidio in corso.
Il governo Meloni infatti in questi anni si è speso solamente in dichiarazioni congiunte e condanne, senza assumere decisioni politiche, in grado di mettere Israele davanti alle proprie responsabilità, individuali e collettive. Il nostro paese in sostanza da solo non ha fatto nulla: armi, componenti, tecnologia legata ai sistemi di sicurezza continuano a partire per e da Israele; militari dell’IDF che si sono macchiati dei peggiori crimini vengono in Italia in vacanza a “decomprimere”; investitori israeliani provano a lanciarsi nel settore immobiliare e in quello energetico. Ci si è limitati all’interruzione delle licenze per l’export di armi, senza interrompere quelle precedenti al 7 ottobre 2023 e all’interruzione del meccanismo di rinnovo automatico del Memorandum d’intesa sulla difesa.
Sul fronte europeo non è andata meglio. L’Italia ha solo attuato le misure restrittive (divieto di ingresso e transito in UE e congelamento dei beni) decise in sede di Consiglio Ue che hanno colpito specifici individui e organizzazioni israeliane responsabili di violenze e abusi contro la popolazione palestinese in Cisgiordania.
Le prossime settimane però potrebbero segnare una svolta significativa sia in Europa che in Italia. Nei giorni scorsi 12 paesi (tra cui Canada, Regno Unito, Francia, Spagna, Danimarca, Belgio, Polonia) hanno deciso di vietare il commercio di beni e servizi con le colonie illegali israeliane. Un’iniziativa che avrà delle implicazioni in vista del Consiglio dei Ministri degli Esteri Ue del 12 ottobre, riguardo una possibile misura comunitaria sul tema. Alla Camera, invece proprio due giorni fa, è iniziata la discussione in Commissione Esteri della proposta di legge, promossa da oltre 20 associazioni tra cui Oxfam Italia, firmata dai leader di PD, 5 Stelle e AVS, che chiede l’introduzione di un divieto di commercio di beni e servizi con le colonie illegali israeliane. Una proposta sostenuta anche dalla nostra campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati.
Le prime dichiarazioni del ministro Tajani sulla proposta continuano però a non fare ben sperare: “non si posa su basi legali solide” ha sentenziato, aggiungendo poi che l’Italia “intende agire sul piano europeo, individuando misure che non colpiscano in modo indiscriminato ma che sia indirizzate verso i coloni violenti e pericolosi”.
Ora va bene che Tajani è il ministro che ha dichiarato che “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto” e che “essere colono non è una colpa”. Però a tutto c’è un limite, anche alla farsa, che in questo caso rischia di sfociare in tragedia. La proposta di legge infatti si basa sulla richiesta esplicita verso gli stati terzi (tra cui l’Italia) da parte della Corte Internazionale di Giustizia di “astenersi dall’instaurare con Israele trattative economiche o commerciali concernenti i Territori Palestinesi Occupati, o parti di essi, che potrebbero consolidare la sua illegale presenza nel territorio”.
Riguardo poi al rimandare al livello europeo possibili misure ci sentiamo di far notare due cose. In primis, che in Europa è proprio l’Italia, assieme alla Germania, a bloccare qualsiasi iniziativa commerciale e sanzionatoria; in secondo luogo che la misura deve riguardare tutti i coloni e tutta l’economia delle colonie in quanto è l’occupazione tutta ad essere illegale. Rivolgiamo pertanto un appello accorato a tutte le forze parlamentari italiane affinché concorrano all’approvazione della proposta di legge in discussione alla Camera, schierandosi a favore della legalità internazionale, al di là delle strategie di parte.
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