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Sunday, November 8, 2026

Trump, dalla vittoria delle elezioni del 2016 a oggi: com'è cambiata l'America in 10 anni

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Era l'8 novembre del 2016 quando Donald Trump conquistava per la prima volta la Casa Bianca, sconfiggendo a sorpresa Hillary Clinton. Dieci anni dopo, è di nuovo il presidente degli Stati Uniti, subentrato al democratico Joe Biden dopo le elezioni del 2024, quando ha avuto la meglio su Kamala Harris riproponendo il suo mantra nazionalista “Make America Great Again”.

Tra il 2016 e il 2026 gli Usa sono diventati un Paese profondamente diverso: più polarizzato, attraversato da una crisi di fiducia nelle istituzioni e da una ridefinizione degli equilibri politici, economici e sociali. Trump, fuori dagli schemi già alla sua prima prova a Washington, lo è diventato ancora di più durante la seconda. Ha trasformato il Partito repubblicano e ha messo in discussione alcuni dei pilastri della politica americana, dentro e fuori i confini nazionali.

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Quello che devi sapere

2016-2026, un decennio di forti cambiamenti

Il decennio che separa le due vittorie elettorali di Trump ha visto cambiare il mondo. È stato segnato dalla pandemia da coronavirus e dal ritorno delle guerre su vasta scala, da quella lanciata dalla Russia contro l'Ucraina all’operazione militare di Israele a Gaza che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente, scenario in cui poi sono entrati anche gli Stati Uniti, attaccando l’Iran insieme a Netanyahu. Negli Usa sono scoppiati moti di protesta contro il razzismo, c’è stato l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, la competizione con la Cina si è fatta sempre più intensa. Trump ha amplificato fratture già presenti nella società, trasformandole in una nuova identità politica.

Il suo futuro è però incerto: le midterm del 3 novembre 2026 hanno visto vincere i democratici, con la conquista di Senato e Camera, mostrando come il consenso del tycoon non sia illimitato.

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Donald Trump alla Casa Bianca, 22 gennaio 2017

Donald Trump alla Casa Bianca, 22 gennaio 2017 - ©Ansa

Trump, dalla vittoria nel 2016 al ritorno alla Casa Bianca

Nel 2016 Trump ebbe la meglio su Hillary Clinton facendo leva sul malcontento di una grossa parte dell'elettorato nei confronti dell'establishment politico, sulla promessa di riportare le attività produttive negli Stati Uniti e su una linea durissima in materia di immigrazione. Tutto ruotava in giro al messaggio “America First”, con cui conquistò la pancia del Paese, quella lontana dalle luci di New York e di Los Angeles. Quando nel 2020 Trump fu sconfitto da Biden non riconobbe il risultato e continuò a sostenere, senza prove, che le elezioni fossero state falsate. Creò un clima di tensione fortissimo negli Stati Uniti che scoppiò del tutto il 6 gennaio 2021: mentre il Congresso era riunito per certificare la vittoria del democratico, una folla di suoi sostenitori assaltò il Campidoglio. È stata la crisi più grave per la democrazia americana dalla fine della Guerra civile. Nonostante le molte inchieste nei suoi confronti portate avanti durante il mandato di Biden, nel 2024 riuscì di nuovo a vincere le elezioni. La sua seconda vittoria ha confermato che il trumpismo è una forza capace di sopravvivere alla sconfitta, insinuandosi tra le crepe della crisi della fiducia del popolo nel sistema politico tradizionale.

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La polarizzazione degli Stati Uniti e la sfiducia degli elettori

Trump ha esacerbato una polarizzazione interna agli Stati Uniti che era già esistente da tempo. I repubblicani e i democratici su temi come tasse, welfare, diritti e politica estera si sono allontanati sempre di più, anche sulla scia del suo modo volutamente conflittuale di porsi con i media, con gli avversari politici e con gli apparati statali preesistenti. Tutto questo ha contribuito a far schizzare la sfiducia degli elettori nelle istituzioni: secondo Gallup, nel luglio del 2026, il tasso di fiducia media degli americani era al 27%, tornando praticamente al minimo storico registrato nel 2023 con Biden ormai vicino al tramonto (28%). 

Donald Trump, 2 novembre 2026

Donald Trump, 2 novembre 2026 - ©Ansa

La guerra dei dazi e il protezionismo economico di Trump

In economia, sia nel primo che nel secondo mandato, Trump ha portato i repubblicani dall’essere grandi promotori del libero mercato a sostenitori di protezionismo e nazionalismo. Già nel 2016, appena salito al potere, prometteva di riportare negli Stati Uniti le fabbriche trasferite all'estero e di difendere i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale. Nel suo secondo mandato ha riproposto gli stessi temi, rendendoli ancora più centrali. Ha sempre utilizzato i dazi come strumento di pressione – anche politica - nei confronti dei partner commerciali, con particolare attenzione alla Cina, ma anche verso gli storici alleati europei e altri Paesi.

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Il quadro economico

Negli Stati Uniti il malcontento per la situazione economica ha giocato un fattore molto rilevante alle midterm di pochi giorni fa. Come nel resto del mondo, l’inflazione ha innescato una spirale al rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, come gli alimenti. La guerra in Iran ha fatto alzare il costo del carburante anche negli Stati Uniti, Paese dove per molti cittadini muoversi senza un’auto è praticamente impossibile, non solo per le distanze geografiche medie da percorrere nella vita di tutti i giorni, ma anche per abitudini diventate ormai culturali. L’enorme tracollo dell’economia che si temeva per effetto dei dazi, tuttavia, non si può dire ci sia stato. Il mercato del lavoro è (relativamente) solido e gli investimenti tecnologici spingono l’economia. Questo non si sta però riflettendo sul potere d’acquisto della maggior parte della popolazione. Da non sottovalutare anche il tema del costo della casa, in continua crescita. 

L’immigrazione negli Stati Uniti di Donald Trump

Alla pari del nazionalismo economico, l’immigrazione è sempre stato uno dei temi più centrali nell’agenda politica di Trump, tanto nel primo quanto nel secondo mandato. Nel 2016 la promessa di costruire un muro al confine con il Messico aveva contribuito a definire la sua identità politica. Le restrizioni all'ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione trumpiana hanno portato alla separazione di moltissime famiglie di migranti, in un Paese che si è costruito tramite la stessa presenza di immigrati. Durante la seconda presidenza la questione è diventata ancora più divisiva. Le modalità di controllo e le operazioni federali per contrastare l’immigrazione sono spesso sfociate in violenza.

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Le violenze nelle operazioni contro l'immigrazione

Diverse persone sono state uccise dagli agenti dell’ICE - United States Immigration and Customs Enforcement – o di altre divisioni delle forze dell’ordine, in un contesto di città militarizzate. Ne è diventato un simbolo quanto successo a Minneapolis, in Minnesota, nel gennaio 2026, quando un agente dell’ICE ha ucciso la 37enne Renee Nicole Good (cittadina statunitense, madre di tre figli), mentre si trovava nella propria automobile nei pressi di un’operazione di controllo in cui non era direttamente coinvolta. Scoppiarono fortissimi moti di protesta contro la presenza degli agenti federali in città. È in questo contesto che pochi giorni dopo agenti della Border Patrol hanno ucciso Alex Pretti (anche lui 37 anni, cittadino statunitense), dopo essere stato immobilizzato a terra: stava filmando le operazioni anti-immigrazione ed era intervenuto in difesa di una donna che era stata spinta da un agente.

Black Lives Matter

Le battaglia all’immigrazione e quello che ne è seguito hanno riaperto una ferita ancora profonda negli Stati Uniti: il rapporto tra forze dell’ordine e minoranze. Nel 2020, l'uccisione di George Floyd, un uomo afroamericano morto durante un intervento della polizia, sempre a Minneapolis, ha provocato proteste in tutto il Paese e in numerose città del mondo. Nacque il movimento Black Lives Matter, espressione di denuncia contro il razzismo e la violenza sistemica contro le persone nere. 

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La guerra ai diritti e alle minoranze

Uno degli effetti più duraturi della prima presidenza Trump ha riguardato la magistratura federale. Nel corso del suo primo mandato il presidente ha nominato tre giudici della Corte Suprema, consolidando una maggioranza conservatrice che ha avuto conseguenze profonde sull'ordinamento americano. Emblematico quanto successo nel giugno del 2022, con Biden al potere: la Corte ha cancellato la tutela costituzionale federale del diritto all'aborto stabilita dalla sentenza Roe v. Wade del 1973. Appena tornato al potere, Trump ha intrapreso una dura battaglia contro quella che lui definisce la “cultura woke”, prendendo di mira anche i diritti di minoranze, come le persone transessuali. 

La sconfitta alle elezioni di midterm

Con le midterm del 3 novembre gli elettori americani hanno assegnato ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso, in quella che molti descrivono come una grande battuta d'arresto per la Casa Bianca, conquistando seggi anche in Stati da sempre roccaforti repubblicane, come il Texas. Per Trump si apre una nuova fase politica difficile: con il Congresso controllato dai democratici, l'approvazione delle leggi diventerà più difficile.

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