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Friday, September 11, 2026

“Per Meloni la più grande crisi industriale è solo un file”. Opposizioni all’attacco del governo dopo la conferma dello stop all’ex Ilva

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“Per Meloni la più grande crisi industriale è solo un file”. Opposizioni all’attacco del governo dopo la conferma dello stop all’ex Ilva

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“Per Meloni la più grande crisi industriale è solo un file a cui sta dedicando molte ore. E questa, visti i risultati, sembra più una minaccia che una rassicurazione”. L’affondo, non privo di sarcasmo e amarezza, proviene dall’ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali del Pd, Andrea Orlando, che si unisce al coro di voci arrivate dall’opposizione dopo la notizia del blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva. La Corte d’Appello civile di Milano ha infatti confermato il provvedimento con il quale a fine luglio è stato disposto il stop allo stabilimento di Taranto: entro il 28 ottobre gli altiforni dovranno essere spenti. Oltre 10mila i posti di lavoro in bilico.

“Questa sentenza certifica anche il fallimento di quattro anni di inerzia di questo governo” rincara Antonio Misiani, responsabile Economia e finanze nella segreteria nazionale del Pd. “Dal 2022 la destra ha promesso piani, cordate e soluzioni che non sono mai arrivate. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: impianti fermi, migliaia di famiglie nell’incertezza, un pezzo fondamentale della nostra manifattura lasciato senza guida industriale. Non è più tempo di annunci. Il punto di non ritorno per gli impianti si avvicina e il governo non può più permettersi di temporeggiare”. Posizione simile a quella di Angelo Bonelli, leader dei Verdi. “In 14 anni si poteva e si doveva avviare un grande progetto di conversione industriale, come è accaduto a Bilbao e nel bacino carbonifero della Ruhr. Invece sono stati gettati quasi 3 miliardi di euro di soldi pubblici senza concludere nulla, con un ministro Urso che è diventato il simbolo di questa inconcludenza” commenta.

Un “punto di non ritorno” lo definisce il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco, responsabile nazionale delle Politiche economiche e fiscali che chiede alla premier di riferire in Aula e “dire cosa intende fare”. “Il Governo adesso non ha più alibi e soprattutto non può continuare a perdere tempo aspettando che siano i tribunali a decidere quale debba essere il futuro industriale di Taranto”. Da anni, aggiunge, “chiediamo una scelta politica chiara: superare definitivamente la produzione a carbone e chiudere l’area a caldo, garantendo contemporaneamente occupazione, bonifiche e nuove prospettive industriali, oltre che la riconversione economica, sociale e culturale del territorio. Non è accettabile mettere i cittadini contro i lavoratori, perché Taranto ha diritto sia alla salute sia al lavoro. A questo punto il Governo deve convocare immediatamente istituzioni locali, organizzazioni sindacali e rappresentanze delle imprese per costruire un vero Accordo di Programma per Taranto, con risorse, tempi e responsabilità certe”. Il Governo, sottolinea, “ha avuto quasi quattro anni per predisporre un’alternativa e invece ha continuato a rinviare, tra gare fallite, decreti e annunci. Ha persino cancellato investimenti e progetti del governo Conte II, come il miliardo del Pnrr, le risorse destinate all’insediamento Ferretti e Renexia. Non si può chiedere ancora una volta a Taranto di pagare il prezzo dell’assenza di una politica industriale nazionale”.

Chiede risposte al Governo anche il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, preoccupato per le ricadute economiche e occupazionali sulla città. “Rispettiamo la decisione dei giudici della corte d’appello di Milano, decisione che non ci sorprende. Abbiamo avuto modo di dire a Roma, al Governo, cose chiare: il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo, i lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto. E l’accelerazione imposta da questo provvedimento ne rende ancora più urgente la loro attuazione. Puntiamo – sottolinea – a investimenti che favoriscano la ripresa. Perché senza interventi adeguati dovremo scontrarci con l’impoverimento del territorio, con un abbassamento della qualità della vita, con una comunità che rischia di ammalarsi”. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro chiede al governo di riconvocare il tavolo “con estrema urgenza”. “Taranto non può più aspettare”, aggiunge. “Serve un piano di emergenza vero, che parta dalle proposte già sul tavolo, comprese quelle dell’Agenda Taranto presentata dalla Regione Puglia, e una legge speciale che parta subito, con un obiettivo chiaro davanti a tutto il resto: il pieno mantenimento dei livelli occupazionali. Questa città – sottolinea Decaro – ha già pagato un prezzo altissimo, tra danni alla salute e all’ambiente. Dobbiamo evitare in tutti i modi che ne paghi un altro, altrettanto pesante con una crisi occupazionale ed economica che sarebbe devastante”.

Soddisfatti della decisione del Tribunale i rappresentanti di Avs/Verdi di Taranto, che in una nota ringraziano l’associazione Genitori Tarantini e gli avvocati “per il risultato raggiunto”. “È il fallimento politico di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni. Che nessuno si permetta di scaricare responsabilità sulla magistratura, che ha solo fatto il proprio dovere, ovvero applicare le leggi”, sostengono. “Il diritto alla salute, alla vita e a un ambiente salubre non può essere subordinato alle esigenze della produzione industriale – sottolineano chiarendo – Non esultiamo per le difficoltà che lo spegnimento può comportare per lavoratori e famiglie”. La richiesta è di avviare “una vera transizione, capace di superare definitivamente la falsa contrapposizione tra salute e lavoro”.

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