Siria, il destino incerto delle donne curde che hanno combattuto l'Isis

Era l'aprile 2013 quando, nel Rojava, regione a maggioranza curda nel nord della Siria, vennero fondate le Unità di protezione delle donne (Ypj), una milizia femminile affiliata alle Ypg, le Unità di protezione popolare, il braccio armato della coalizione curda che controlla l'area. Il segnale è travolgente: sovvertendo ogni tradizione della società patriarcale, uomini e donne si trovano a combattere alla pari. Le combattenti mostrano lo stesso coraggio in imprese come la difesa di Kobane, città vittima di un lungo e sanguinoso assedio da parte dei miliziani dell'Isis, o il salvataggio di migliaia di profughi yazidi sul Monte Sinjar.
Oggi, a quasi due anni di distanza da quando, alla fine del 2024, il governo di Bashar al-Assad veniva spazzato via dagli ex ribelli del gruppo Hayat Tahrir al-Sham e al suo posto si insediava quello guidato da Ahmed al-Sharaa, il futuro ruolo delle combattenti nelle forze militari siriane non potrebbe essere più incerto. Sullo sfondo di una Siria in cui nel nuovo Parlamento siedono 20 donne su 210 deputati, e della diffidenza curda verso il governo di un presidente di cui molti ricordano l'antica militanza sia nell'Isis sia in Al-Qaeda, sotto il nome di guerre Mohamed al-Jolani, il futuro delle Ypj ha un significato profondo e cruciale per le donne curde e per le importanti conquiste politiche e sociali ottenute durante il conflitto.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.