La Nobel per la Pace Pillay: “Le sanzioni Usa alla Cpi sono illegali, una ritorsione perché Trump non ha avuto il premio”
“Le sanzioni degli Stati Uniti alla Corte penale internazionale sono illegali, negative e crudeli”. In un’intervista a La Repubblica Navi Pillay, 85 anni, premio Nobel per la Pace, mette in relazione le misure adottate da Washington contro la giustizia internazionale al riconoscimento ricevuto dal Comitato Nobel, che ha indicato il suo impegno per la giustizia penale internazionale tra le ragioni dell’assegnazione del premio. “Penso che non sia una coincidenza che gli americani abbiano accelerato questa iniziativa e l’abbiano annunciata poco dopo l’assegnazione del premio, considerate anche le ambizioni del presidente Trump nei confronti del Nobel, che desidera tanto ottenere. È una ritorsione contro la Cpi”.
La giurista sudafricana invita i leader a misurare le proprie parole: “I leader hanno la responsabilità di trasmettere valori e principi positivi alla popolazione, perché le persone comuni, quando un leader parla, tendono a pensare che stia dicendo la verità”. È il messaggio che rivolgerebbe direttamente a Donald Trump. “Non potete utilizzare discorsi d’odio e linguaggi offensivi. Dovete comportarvi in modo estremamente responsabile”, afferma, sostenendo che il capo della Casa Bianca dovrebbe ricevere dai suoi collaboratori “consigli adeguati” prima di fare dichiarazioni “oltraggiose e false”. Tra queste, Pillay cita le affermazioni sul presunto genocidio degli afrikaner in Sudafrica, una teoria secondo cui i discendenti dei coloni europei sarebbero vittime di omicidi sistematici.
“Noi sudafricani, fortunatamente, abbiamo il senso dell’umorismo”, commenta la giurista. “Sui social media circolano moltissime vignette e commenti davvero divertenti su questa storia, proprio perché è una totale invenzione”. Per Pillay, il caso mostra come determinate narrazioni possano essere costruite e alimentate fino a essere presentate come fatti: “Creano una finzione e pensano che, ripetendola un certo numero di volte, quella finzione diventi un fatto”. La giurista chiama in causa anche i gruppi di pressione che sostengono Israele e avverte che questa dinamica rischia di oscurare i crimini internazionali: “Nel mondo, invece, ci sono e continuano a esserci atti genocidari“.
Pillay è stata attaccata anche dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha definito il Nobel assegnatole “la più grande menzogna del XXI secolo” e l’ha accostata a Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich. “È profondamente doloroso e offensivo essere messa sullo stesso piano di Goebbels”, replica. “Goebbels era un criminale di guerra responsabile di moltissime morti, aveva le mani sporche di sangue. Io ho dedicato tutta la mia vita ai diritti umani”. Da qui la richiesta al ministro israeliano: “Dovrebbe ritirarle e chiedere scusa“.
Ma la questione, per la giurista, va oltre gli attacchi personali. Perché Stati Uniti, Russia e Israele dovrebbero temere la possibilità di essere chiamati a rispondere delle proprie azioni? “Perché questi governi hanno tanta paura anche delle persone che manifestano nelle strade? Perché hanno tanta paura della società civile, cioè proprio delle persone che li hanno portati al potere? Delle persone che li hanno votati?”. La risposta, sostiene, è negli interessi e nelle ambizioni personali dei politici, sempre più inclini a utilizzare le convinzioni degli elettori e le regole del sistema per perseguire i propri obiettivi. “La questione non è tanto come possiamo cambiare questi leader, ma quali misure possiamo adottare”. Il criterio da seguire dovrebbe essere lo stesso per tutti: “Ai leader dei Paesi che ha menzionato direi una cosa molto semplice: dovete applicare ai vostri amici gli stessi criteri che applicate ai vostri nemici”.
È soprattutto ai governi europei che Pillay rivolge il suo appello. L’Unione europea, ricorda, ha ricevuto il Nobel per la Pace per il contributo dato a evitare nuovi grandi conflitti dopo la Seconda guerra mondiale. Un’eredità che dovrebbe tradursi in iniziative concrete per prevenire le guerre e difendere la giustizia internazionale, anche quando sono coinvolti Paesi amici. “Le violazioni dei diritti umani, o anche i primi segnali di queste violazioni, possono essere un avvertimento dell’arrivo di crimini molto più gravi”.
Per l’Italia, Paese in cui fu firmato lo Statuto della Corte penale internazionale, e per gli altri governi europei, la lezione viene dall’esperienza sudafricana. “Penso sempre, con grande ammirazione, a come il mondo intero sia riuscito, agendo collettivamente, ad abbattere l’apartheid. Gli Stati sostennero le sanzioni delle Nazioni Unite”. Anche Washington, conclude, dovrebbe ricordare il contributo storico degli Stati Uniti alla promozione dei diritti. “Gli americani hanno insegnato al mondo a liberare le donne e a rispettare l’uguaglianza dei loro diritti. Dall’America sono arrivati grandi esempi positivi. E chi oggi guida quel Paese dovrebbe ricordare e rispettare questa eredità”.
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