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Monday, October 12, 2026

Tradito dalla moglie, chiede 600mila euro all’amante di lei e perde la causa. La detective a La Volta Buona: “Ho sentito descrivere uomini di cinquant’anni come se fossero stati rapiti dalle sirene”

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Un uomo chiede 600 mila euro al presunto amante della moglie. Klara Murnau, ospite de La Volta Buona su Rai 1 per parlare del caso e di separazioni, racconta cosa succede quando, scoperto un tradimento, tutta la rabbia finisce sulla terza persona. “Quando scoprono un tradimento, molti clienti vogliono sapere chi è l’altra persona. Il problema è che, una volta scoperto, spesso vogliono sapere tutto.” Se esistesse un tariffario del tradimento, potremmo partire da 600 mila euro. È la cifra che un uomo umbro ha chiesto come risarcimento al presunto amante della moglie, ritenendolo responsabile della fine del proprio matrimonio e della disgregazione della famiglia. La vicenda è arrivata prima al Tribunale e poi alla Corte d’Appello di Perugia, ma non la somma. In primo grado non venne considerata sufficientemente provata neppure l’esistenza della relazione extraconiugale, nonostante l’uomo avesse incaricato un investigatore privato. La Corte d’Appello affrontò comunque una questione ancora più interessante: anche ammettendo che la relazione ci fosse stata, quale obbligo di fedeltà avrebbe violato l’amante? Nessuno.

L’obbligo di fedeltà riguarda i coniugi. Il terzo non ha sottoscritto alcun patto matrimoniale e conserva il proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà sessuale. Questo non significa, naturalmente, che possa compiere impunemente altri atti lesivi della dignità, dell’onore o della salute del coniuge tradito. Ma avere una relazione con una persona sposata, di per sé, non basta a far nascere un diritto al risarcimento. La storia è arrivata anche nel salotto de La Volta Buona su Rai 1, dove Klara Murnau è stata ospite per parlare proprio di questo caso e, più in generale, di separazioni e tradimenti.

Tra gli aspetti della vicenda, uno in particolare ha sorpreso la detective: “Che una persona tradita, arrabbiata e ferita possa pensare di chiedere 600 mila euro all’amante lo posso persino capire. Nel mio lavoro sento continuamente richieste dettate dalla rabbia o dal dolore. Quello che mi ha stupita è che ci sia stato un avvocato disposto ad accogliere quella richiesta e a portarla avanti.” Per Murnau il parallelo con il lavoro investigativo è immediato. “Anche da me arrivano clienti disposti a pagare per fare cose che io devo semplicemente rifiutare. Vogliono continuare a seguire l’amante, controllarne la famiglia, scoprire dove lavora il coniuge, qualche volta trovare il modo di vendicarsi. Ma essere disposti a pagare un professionista non significa che quel professionista debba fare ciò che gli viene chiesto.” Ed è proprio qui che il caso giudiziario incontra ciò che Murnau osserva da anni nelle separazioni. Quando compare un amante, la rabbia cambia facilmente destinatario. Il cliente arriva per scoprire cosa faccia il proprio marito o la propria moglie e, una volta scoperto il tradimento, comincia a occuparsi quasi esclusivamente dell’altra persona.

“Prima la domanda è: mio marito/moglie mi tradisce? Poi scopriamo che sì, vede un’altra donna/uomo. E improvvisamente diventa: chi è? Dove lavora? È sposato/a? Quanti anni ha? Dove abita? A volte devo ricordare al cliente che noi stavamo investigando il coniuge, non scrivendo la biografia non autorizzata dell’amante.” “Me l’ha portato via. Si è inserito.” È una delle frasi che Murnau sente più spesso dopo la scoperta di un’infedeltà. Me l’ha portato via. “È un’espressione che mi ha sempre incuriosita. Si porta via una borsa, un’automobile, al limite un animale domestico. Un adulto normalmente decide dove andare.”

Eppure, nei racconti di molti clienti, l’amante acquista capacità quasi straordinarie. Ha sedotto. Ha manipolato. Ha approfittato di un momento di debolezza. Ha messo strane idee in testa al partner. Ha distrutto una famiglia. Nel frattempo, la persona che aveva promesso fedeltà rischia quasi di diventare una comparsa: “Ho sentito descrivere uomini di cinquant’anni come se fossero stati rapiti dalle sirene. E donne perfettamente autonome come se un corteggiatore particolarmente abile le avesse private improvvisamente della capacità di scegliere. Capisco tutto. Ma se due adulti hanno una relazione, salvo situazioni particolari, ci sono due adulti che stanno facendo delle scelte.” Il caso di Perugia sembra quasi la versione giudiziaria di questo meccanismo. Secondo quanto riportato all’epoca, il marito sosteneva che il presunto amante aveva corteggiato insistentemente la moglie, contribuendo alla rottura del nucleo familiare.

Da lì la richiesta: 600 mila euro per sé e per i figli. Prima voglio sapere chi è. Poi voglio sapere tutto. L’identificazione dell’amante è una delle richieste più frequenti nelle indagini sull’infedeltà. Quando si scopre che esiste un’altra persona, darle un nome e un volto sembra rendere più comprensibile quello che sta accadendo. Murnau racconta una situazione ricostruita a partire da dinamiche incontrate più volte nel suo lavoro, con alcuni dettagli modificati per rendere la vicenda irriconoscibile. “Una donna sospettava che il marito avesse una relazione con una collega. All’inizio voleva soltanto sapere se fosse vero. L’indagine documentò diversi incontri fuori dall’orario di lavoro. Quando le mostrai quello che avevamo raccolto pensavo che mi avrebbe chiesto cosa potesse utilizzare e come. Invece mi disse: adesso voglio sapere tutto di lei.”

Tutto significava età, studi, lavoro, automobile, casa, situazione economica. Naturalmente è illegale mai mi sognerei di raccogliere informazioni su una terza persona; infatti, le domande erano diventate ancora più assurde, arrivando a chiedermi dei suoi vestiti, se avevamo notato dove li comprasse. Se andasse in palestra. Dove andasse dal parrucchiere. A un certo punto mi chiese persino se potessimo scoprire quale profumo usasse. Murnau negando la possibilità di reperire queste informazioni le domandò perché: “Mi disse: voglio capire cosa sente mio marito quando è con lei.” La verifica di un tradimento si era ormai trasformata in qualcos’altro. “Voleva continuamente vedere le fotografie. È più bella di me? Sembra più giovane? È più magra? Ogni informazione veniva inserita in una specie di bilancio. Se scopriva qualcosa che considerava peggiore rispetto a lei sembrava tranquillizzarsi. Se invece trovava qualcosa che percepiva come migliore, si arrabbiava.”

Ma la domanda che realmente la tormentava non aveva una risposta investigativa. Perché lei? “Le dissi: possiamo continuare per mesi, ma non troveremo quel dato. Posso dirle chi è questa donna. Non posso dirle perché suo marito la desidera. Quello non lo scopriamo seguendola dal parrucchiere.” C’è un momento che, racconta Murnau, tende a ripetersi: quello in cui il cliente vede per la prima volta la persona con cui viene tradito. “Di solito guardano la fotografia a lungo. Poi arriva la domanda sull’età. Quasi sempre.” Seguono i confronti. A volte la reazione è quasi di delusione: tutto qui? Altre volte è molto più dolorosa: “Una cliente guardò una fotografia per parecchio tempo e poi mi disse: ma io sono molto più bella. Non lo disse con arroganza. Era sinceramente confusa. Come se il tradimento dovesse necessariamente rispettare una graduatoria estetica.” È anche uno dei momenti nei quali l’investigatore deve ricordarsi quale sia il proprio mestiere.

“Posso documentare che due persone entrano insieme in un albergo. Non posso mettere nel rapporto: motivazione per la quale suo marito preferisce questa donna. Fortunatamente non esiste ancora quella casella.” Poi ci sono i casi nei quali l’indagine ha già dato la risposta. La relazione è stata accertata. Il cliente sa chi è l’altra persona. Ha le informazioni che gli servono. Eppure, vuole continuare e ovviamente non si continua. In un altro caso ricostruito da Murnau a partire da situazioni incontrate nel lavoro investigativo, un uomo aveva incaricato l’agenzia di verificare i frequenti impegni serali della moglie. L’indagine documentò una relazione con un uomo sposato. “Quando gli mostrai il materiale rimase stranamente calmo. Guardò le fotografie e mi chiese: lui è sposato?” Lo era. “Mi disse: perfetto. Adesso seguiamo sua moglie.”

Murnau inizialmente pensò di aver capito male: “Voleva sapere dove lavorasse la moglie dell’amante, a che ora uscisse, dove portasse i bambini. L’idea era individuare il momento giusto per farle avere le fotografie. Poi il progetto mentale cominciò ad allargarsi. “Mi chiese se era possibile mandare le fotografie anche ai colleghi dell’uomo. Poi pensò al datore di lavoro. A un certo punto propose di lasciarne una sul parabrezza dell’automobile della moglie.” Murnau rifiutò. “Mi disse: ma io vi sto pagando. Gli spiegai che mi stava pagando per accertare ciò che faceva sua moglie, non per organizzare la distruzione della famiglia dell’amante.” La risposta fu immediata. “Lui ha distrutto la mia famiglia. Io distruggo la sua.” È qui che la rabbia del tradimento e il lavoro dell’investigatore prendono strade diverse. “Continuava a ripetermi: quindi lui può andare con mia moglie e io non posso fare niente? Gli risposi che poteva fare moltissime cose. Poteva parlare con sua moglie, decidere cosa fare del matrimonio, rivolgersi a un avvocato se necessario. Ma la persona che gli aveva promesso fedeltà era la donna che viveva con lui“. L’uomo non sembrò particolarmente soddisfatto.

Le richieste di vendetta, racconta Murnau, possono prendere forme molto diverse. C’è chi vuole informare il marito o la moglie dell’amante. Chi pensa di presentarsi sul posto di lavoro. Chi vuole contattare familiari, colleghi o datori di lavoro. E chi immagina di pubblicare fotografie sui social. “Il fatto che io abbia raccolto determinate informazioni nell’ambito di un incarico legittimo non significa che il cliente possa utilizzarle come preferisce. E soprattutto non significa che io possa continuare a investigare chiunque entri nel suo campo visivo.” Essere traditi non conferisce un mandato generale sulla vita dell’amante. E neppure su quella dei suoi figli, del coniuge, dei colleghi o del datore di lavoro.

La decisione dei giudici di Perugia mette in termini giuridici qualcosa che nello studio di un investigatore appare molto più confuso. Il terzo può certamente avere proprie responsabilità per comportamenti specifici. Ma la promessa di fedeltà non l’ha fatta lui. “Questo non significa che io debba simpatizzare con l’amante”, precisa Murnau. “Non è questo il punto. Posso anche trovare il suo comportamento a volte comprensibile e a volte moralmente orribile. Ma il mio giudizio morale e la sua responsabilità sono due cose diverse.” Nel pieno di un tradimento, questa distinzione non è sempre facile da accettare. L’amante ha un vantaggio: è uno sconosciuto.

Può diventare un antagonista perfetto. Gli si possono attribuire intenzioni e strategie, ricostruirne ogni movimento e convincersi che, senza quella persona, tutto sarebbe rimasto com’era. Con il partner è più complicato. “Mi è capitato di avere clienti che dopo poche settimane conoscevano dell’amante cose incredibili. Sapevano che macchina guidava, dove prendeva il caffè, dove lavorava e perfino che palestra frequentava. Ma non avevano ancora chiesto al proprio marito o alla propria moglie una cosa molto semplice: vuoi ancora stare con me?” E quindi, quanto vale un tradimento? Nel caso umbro, certamente non 600 mila euro. L’uomo ha perso la causa ed è stato condannato alle spese.

Ma la cifra resta interessante proprio per quello che racconta. Perché l’idea di presentare il conto all’amante è soltanto la versione giudiziaria, e particolarmente costosa, di una scena che Murnau conosce bene. “Una volta una cliente, dopo che avevamo documentato la relazione del marito, continuava a chiedermi cosa potesse fare contro l’altra donna. Voleva sapere se potesse denunciarla, farle scrivere da un avvocato, contattare il marito di lei. A un certo punto mi disse: possibile che questa non debba rispondere di niente?”

Murnau le chiese di che cosa, esattamente, avrebbe dovuto rispondere: “Mi guardò come se fossi diventata improvvisamente stupida: è andata a letto con mio marito.” La detective cambiò soltanto l’ordine della frase: “Suo marito è andato a letto con lei.” “Ci fu un silenzio lunghissimo. Poi mi disse: sì, ma lui è mio marito.” “Il reato di infedeltà non esiste più dal 1969, quando né io né la cliente eravamo ancora nate. Direi quindi che abbiamo avuto entrambe tutto il tempo per abituarci all’idea.” Dopo anni trascorsi a documentare infedeltà, Klara ha imparato che l’amante viene spesso sottoposto a un processo molto più accurato del partner. Se ne cercano le intenzioni, le strategie, le abitudini. Si ricostruiscono spostamenti e caratteristiche personali. “Non è una questione di difendere gli amanti. Non ne hanno bisogno e soprattutto non è il mio mestiere. Dico soltanto che, quando una persona mi ripete ‘me l’ha portato via’, prima o poi mi viene spontaneo fare una domanda.” Quale? “E lui, voleva restare?”

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