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Saturday, September 19, 2026

San Gennaro visto da “dentro”. Un “inviato speciale”, Francesco Imperiali di Francavilla della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Sangue e lacrime. Il legame storico tra il Santo e Saturno

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Francesco Imperiali è uno dei “magnifici” dodici Deputati della Cappella. All’apertura della cassaforte che contiene la preziosa ampolla con il sangue del santo Martire c’è l’Abate e un membro della Deputazione. Lo ammette con quella ironia che contradistingue il gentiluomo napoletano di altri tempi, anche se lui di anni ne ha 37: “Sono tra gli ultimi baluardi del nepotismo, senza meriti presenzio perché sono. Cartesio declinato alla genealogia”. La settimana scorsa ha accolto lui in forma privata il presidente Mattarella, in visita al Museo Filangieri, una chicca di famiglia visto che conserva che conserva le lettere del giurista Gaetano, nonno del nonno di suo nonno, o giù di lì. Suo padre Riccardo, brillantissimo avvocato e intellettuale, delegato per gli affari legali della Deputazione, a muso duro si scagliò contro il Vaticano: ‘Giù le mani dal tesoro di san Gennaro’. Il Vaticano si voleva appropriare di tanta roba con tutti gli annessi dei ricavi dei biglietti per visitare il tesoro tra cui la meravigliosa mitra di 3964 tra diamanti (simbolo della durezza della fede) smeraldi (simbolo della conoscenza) e rubini (simbolo del sangue del santo). Per Francesco Imperiali dei principi di Francavilla, laurea alla Bocconi, amministratore unico del Gruppo Imperiali, il più giovane dei Deputati, San Gennaro non è giorno, è come il Natale, si nutre di aspettative.

Comincia la ritualità. Una lenta preparazione alla vestizione con schema preciso: si cacciano i portabiti, riposti in un armadio in alto, di quelli che contengono materiale che si usa poco, per capirci. Qualche anta più in là, giace la roba di Natale. Compare finalmente il frac, viene appeso all’aria, quasi a volerlo riabituare alla luce, stirato. “È una bandiera che per almeno una settimana ricorda ai passanti del corridoio che ci siamo, mancano solo un giorno”. Su altra stampella si stende la fascia rosso/sangue. Sotto penzola un monile: una croce che al centro porta lo stemma di famiglia. Un blasone racchiude la storia più viscerale di Napoli, quella dei Sedili, le antiche circoscrizioni che hanno governato la città sin dalla sua fondazione e che solo nella storia moderna si sono perse, ma timidamente resistono ancora nella loro ultima rappresentazione: la Deputazione.
Intanto si apre anche il piccolo scrigno con la bottoniera appartenuta a qualche antenato di Francesco. E poi c’è lui, protagonista indiscusso: il Fazzoletto. Bianco. In un ricamo nell’angolo, vezzo di vanità, ci sono le cifre coronate, per ricordarsi che si è lì a rappresentare la famiglia intera, non il singolo, ci sono gli avi che vigilano. Sempre. Non ci si può permettere di sbagliare: noblesse oblige… Lo sventolamento del fazzoletto serve per annunciare al popolo che il miracolo é avvenuto. E’ un po’ l’equivalente dell’Habemus papa.

Arriva il giorno del miracolo: sveglia alle 7, alle 8 in punto Francesco, gilet nero e papillon bianco, ultimi tocchi alla vestizione, varca la soglia del Duomo, già gremitissima. Devoti e curiosi sono già lì ed entra in scena la sceneggiata tra, invocazioni e suppliche, chi si batte il petto per penitenza, ognuno ha da chiedere la sua grazia. Le televisioni di mezzo mondo sono sul sagrato del Duomo lì per il bello della diretta. Transenne ovunque, sgomitanti, vip e ecclesiastici ( che sono la stessa cosa) hanno la loro corsia preferenziale.

Ore 10.04 avviene il prodigio (scientificamente è questo il termine corretto), il grumo di sangue del decollamento del santo/martire si è liquefatto. Ne prende visione il principe Fabio Pignatelli della Leonessa, uno dei decani della Deputazione, che sbandiera il fazzoletto bianco. Come da copione lo stesso sermone da anni, da decenni contro la Camorra: “Perchè Napoli non debba può seppellire i suoi ragazzi…” e due lacrimucce dell’Arcivescovo di Napoli Don Battaglia.

Dalle ore 16 alle ore 18.30, il sangue prodigioso sarà offerto alla venerazione dei fedeli. Dal sacro al profano, San Gennaro finisce a tavola da Napoli alla Little Italy a New York passando per la Costiera. Dalla mitra fatta di un cono di spaghetti con spruzzata di polvere d’oro, al Santo Spritz. Lo festeggia anche Il Caruso Belmond Hotel, ex convento del dodicesimo, un gioiellino incastonato di Ravello. All’Agorà dei Sapori si osserva il cielo. Eccolo, è lui. E attraverso un grande telescopio portato dall’Associazione Astrofili Campania compare Saturno inanellato e i suoi “fedeli” satelliti. Il legame storico tra Saturno e San Gennaro affonda le sue radici già nelle osservazioni astronomiche del XVII secolo. Si medita, si prega, miracolo o prodigio, sopratutto si mangia e si brinda con Furore (della devota Marisa Cuomo).

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