Antonelli campione a 20 anni, il bambino col casco troppo grande diventato fenomeno | L’incidente a 14 anni, la collanina della mamma e il ruolo del papà: “Lui è la mia roccia”
Andrea Kimi Antonelli è campione del mondo di Formula 1 2026. Una sola frase di poche parole che racchiude un’immensità. Un’impresa leggendaria. Non è un abuso giornalistico di aggettivi per accrescere la portata di certi eventi, ma in questo caso ogni vocabolo incarna alla perfezione questo titolo, questo pilota, questo ragazzo. Antonelli è solo il terzo italiano a riuscirci, colmando un’astinenza di 73 anni: l’ultimo fu Alberto Ascari nel 1953 (bissò il titolo del 1952, il primo connazionale fu Nino Farina alla prima stagione assoluta di F1 nel 1950). All’epoca non solo non esisteva la diretta delle gare, non esisteva neppure quella televisiva. Tanto per dare dei riferimenti. Antonelli ha riscritto l’Italia nel mondo della Formula 1 a caratteri cubitali. Basterebbe già il titolo, ma Kimi è riuscito anche a stracciare (quasi) tutti i record dello sport: è il campione del mondo più giovane della storia.
Precoce è forse l’aggettivo che si cuce meglio addosso a Kimi Antonelli. Fenomeno, talentuoso, anche predestinato forse, certo, ma nessuno è stato mai in grado di bruciare le tappe come ha fatto lui. Non tanto per ciò che accadeva in casa Antonelli a Bologna quando era piccolino. Tanti piloti, tanti campioni hanno quasi imparato prima a guidare un kart che a camminare. Lui è cresciuto vivendo i motori. Li respirava, li sognava, li immaginava. Come quando aveva poco più di tre anni e giocava con le macchinine sul tappeto di casa o disegnava su grandi fogli di carta i circuiti dove immaginarsi alla guida. Papà Marco è un pilota, ha corso nel mondo delle GT e ha cullato prima di lui il sogno del successo al volante. Papà Marco però sa anche quanto il motorsport sia un mondo crudele ed era sì contento che il figlio avesse questa passione innata come lui, ma aveva anche paura che potesse portare delusioni. Come lui. Non è mai arrivato in Formula 1, ma Marco si è anche saputo reinventare fondando e dirigendo l’AKM Motorsport, un team che spazia dalle corse dei grandi ai giovani talenti.
Uno sport che sa essere crudele, Kimi lo ha sempre saputo e non se lo è mai scordato, anche alla vigilia del Gran Premio degli Stati Uniti a Austin dove si è giocato il suo primo match point iridato: “Mio papà è la mia roccia. Mi ha insegnato tutto. Ma mi ha insegnato anche quanto possa essere dura. Perché non sempre le cose vanno come vorresti, è uno sport spietato e che richiede anche grandi esborsi economici. Quando lui correva – ha continuato il pilota Mercedes – è mancato il supporto finanziario e ha dovuto smettere. Non voleva che rivivessi le sue delusioni”.
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