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Monday, September 21, 2026

Fondi pensione, conviene iniziare a 50 o 55 anni? Le simulazioni

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Il futuro assegno pensionistico rischia di essere sensibilmente più contenuto rispetto all’ultimo stipendio. Per questo, accanto alla previdenza pubblica, la costruzione di una seconda fonte di reddito è diventata un tema sempre più rilevante. La questione riguarda soprattutto chi ha ancora diversi anni di lavoro davanti a sé, ma non è troppo tardi neppure per chi ha già superato i 50 anni e finora ha lasciato il Tfr in azienda o presso il Fondo di tesoreria Inps.

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Quello che devi sapere

La novità

In questa direzione si inserisce anche la novità scattata dal 1° luglio, con l’introduzione dell’adesione automatica alla previdenza complementare per i nuovi assunti del settore privato. Per chi comincia a pensarci tra i 20 e i 30 anni, l’orizzonte temporale consente di distribuire lo sforzo su molti anni. Ma anche a 50 o 55 anni possono esistere margini per costruire un’integrazione.

Per approfondire: Fondi pensione, cosa cambia dal 1° luglio: le nuove regole per i lavoratori

Quanto può servire il secondo pilastro

Le simulazioni de Il Sole 24 Ore attraverso Consultique prendono in esame due lavoratori che nel 2027 avranno rispettivamente 50 e 55 anni, entrambi con una retribuzione lorda annua di 32 mila euro. Il confronto riguarda l’adesione a un fondo pensione rispetto alla scelta di lasciare il Tfr in azienda o nel Fondo di tesoreria Inps, ipotizzando versamenti volontari e un contributo datoriale quando previsto.

Per approfondire: Fondo pensione nuovi nati, l’idea del governo: che cos’è e cosa sappiamo finora

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50 o 55 anni

Per il cinquantenne, la pensione pubblica stimata è pari a circa 26.600 euro netti l’anno in caso di uscita anticipata e a 27.843 euro con la pensione di vecchiaia, con tassi di sostituzione netti rispettivamente intorno al 71,1% e all’84,7%. Per il cinquantacinquenne, le stime indicano circa 21.215 euro netti con il pensionamento anticipato e 26.447 euro con quello di vecchiaia, corrispondenti a tassi di sostituzione del 72,6% e dell’82,6%. L’integrazione può quindi contribuire a ridurre la distanza tra ultimo reddito da lavoro e pensione. Nel caso del cinquantenne che raggiunge la pensione di vecchiaia, per esempio, il montante della previdenza complementare può arrivare a circa 109.544 euro lordi, con una rendita annua netta stimata in 4.531 euro. Per lo stesso lavoratore, uscendo anticipatamente, il montante complessivo può raggiungere circa 81.067 euro, con una rendita netta annua di circa 2.007 euro, considerando le diverse modalità di contribuzione. Anche per il cinquantacinquenne emergono differenze: alla pensione anticipata il montante può arrivare a circa 56.061 euro, mentre con l’uscita per vecchiaia si raggiungono circa 76.260 euro, con una rendita netta annua rispettivamente di circa 2.942 e 2.919 euro negli scenari indicati.

Il confronto con il Tfr

Il raffronto mostra che il risultato non dipende soltanto dall’ammontare accumulato, ma anche dalla fiscalità e dal contributo del datore di lavoro. Per il cinquantenne che raggiunge la pensione anticipata, il capitale complessivamente maturato nel fondo arriva a circa 36.700 euro, contro i 29.204 euro dello scenario con Tfr: la differenza è di circa 7.496 euro. Nel caso della pensione di vecchiaia, invece, il confronto porta a circa 51.798 euro per il fondo e 39.762 euro per il Tfr, con uno scarto di circa 12.036 euro. Per il cinquantacinquenne, le differenze indicate nelle simulazioni sono di circa 4.222 euro alla pensione anticipata e 6.475 euro a quella di vecchiaia.

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Dove interviene il Fisco

Uno degli elementi centrali è il trattamento tributario. Il Tfr lasciato in azienda non dà diritto a deduzioni fiscali durante la fase di accumulo e viene sottoposto, al momento dell’uscita, alla tassazione separata sulla base dell’aliquota media Irpef degli ultimi cinque anni. La previdenza complementare presenta invece un regime più favorevole: i contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro, con esclusione del Tfr, sono deducibili fino a 5.300 euro l’anno, soglia innalzata dalla legge 199/2025 e valida dal 2026. Anche la tassazione finale è agevolata: l’aliquota parte dal 15% e può scendere fino al 9%, riducendosi dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo. Secondo Paola Ferrari, analista di Consultique, proprio il vantaggio fiscale rappresenta uno dei principali motivi per cui la previdenza complementare può risultare interessante anche per chi aderisce a 50 o 55 anni. Per i dipendenti che dispongono di un fondo negoziale di categoria va inoltre considerata la possibilità di ottenere il contributo del datore di lavoro.

La soluzione del Pac

Un’alternativa consiste nel fare da sé, destinando ogni anno 5.300 euro a un piano di accumulo (Pac) investito in Etf. In questo caso manca però la deducibilità dei versamenti e la tassazione delle plusvalenze è generalmente pari al 26%. In compenso, questa soluzione offre maggiore libertà nella gestione del capitale e consente di sfruttare la capitalizzazione composta. 

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Gli altri dati

La simulazione di Futura Scf riportata da Il Sole 24 Ore ipotizza 5.300 euro l’anno, versati in due rate semestrali da 2.650 euro, un rendimento medio del 3% e un’inflazione del 2%, con partenza il 1° gennaio 2027.

  • Per un investimento iniziato a 50 anni, il montante nominale netto stimato arriva a 118.697 euro con pensionamento a 68 anni e a 87.809 euro con uscita a 64 anni
  • Partendo a 55 anni, si arriva invece a 80.542 euro a 68 anni e a 53.140 euro a 64 anni. 

La scelta, dunque, non riguarda soltanto quanto versare, ma anche quando iniziare, quale strumento utilizzare e come considerare vantaggi fiscali, contributo datoriale, costi e flessibilità. Per chi è già vicino alla pensione, il tempo a disposizione è più breve, ma le simulazioni mostrano comunque che anche un periodo di 9-18 anni può produrre un capitale aggiuntivo.

Per approfondire: Fondo pensione, novità sul contributo datoriale dal 31 ottobre: cosa sapere

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